Spazio ai temi del Paesaggio

Le politiche pubbliche per il Paesaggio sono da tempo ai margini dell’agenda politica del Paese. Si potrebbe obiettare che in realtà nelle politiche governative, soprattutto negli ultimi anni, si rintracciano provvedimenti che, secondo alcuni, hanno incoraggiato la speculazione edilizia o attenuato i controlli delle autorità pubbliche, lasciando ampi margini agli interessi privati. Si tratta di opinioni, rispettabili, ma su cui si può discutere senza approdare ad un punto di vista condiviso. Più interessante può essere verificare cosa succede nei territori e capire se, a livello locale, la valorizzazione, le trasformazioni, i progetti, la cura del paesaggio trovano migliore accoglienza e generano cittadinanza attiva. Ma andiamo con ordine. Dal punto di vista dell’ordinamento legislativo, l’ultimo atto significativo in materia risale al 2004, quando viene approvato il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un passaggio difficile e contrastato che ha visto molti oppositori, successivamente convertiti, ed uno scontro molto aspro fra lo Stato e le Regioni che reclamavano il rispetto dei dettati costituzionali sanciti nella riforma del 2001. La parte III del Codice, dagli articoli 131 a 159 emendati nel corso degli anni, ci restituisce un quadro normativo frutto di una complessa mediazione che, pur individuando le funzioni e le responsabilità dei diversi livelli istituzionali, individua nella cooperazione fra amministrazioni pubbliche la modalità con cui affrontare una materia così complessa e delicata. A rileggere oggi quelle norme non è difficile riscontrare che molte di esse sono rimaste in parte o in tutto inapplicate. Sappiamo tutti come è andata. Il caso forse più noto è proprio quello relativo alla predisposizione dei Piani Paesaggistici, puntualmente descritti nell’art. 143 del Codice, assegnata alle Regioni. Analoghe valutazioni si potrebbero fare a proposito degli Osservatori regionali o delle Commissioni locali del Paesaggio, solo per citare alcuni degli strumenti più innovativi previsti dal Codice che, salvo pochi casi, sono rimasti fra le buone intenzioni. Tuttavia, nonostante ritardi e contraddizioni, non si può dire che negli anni più recenti non si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il patrimonio di paesaggi del Paese con interventi di trasformazione a cura di soggetti istituzionali ma anche di gruppi, associazioni, cittadini che, dove è stato possibile (cito per tutti Toscana e Puglia ma sono molti gli esempi virtuosi), hanno contribuito a ridisegnare le politiche pubbliche. Dall’agricoltura più attenta alle modalità di produzione e valorizzazione delle risorse locali ai Sindaci che adottano sempre di più politiche restrittive nel consumo di suolo e investono sulla riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, dalle aree protette che valorizzano non solo gli aspetti naturalistici ma anche quelli storico-culturali dei loro paesaggi, alle associazioni che curano luoghi e tradizioni a rischio per il degrado e l’abbandono, anche facendo ricorso alle espressioni più innovative dell’arte contemporanea, persino in aree con forti insediamenti di criminalità organizzata. Una conferma di questa vivacità, di questo fermento, di questa rinnovata cittadinanza attiva possiamo ritrovarla passando in rassegna i progetti di paesaggio che sono stati presentati in questi 10 anni nelle 4 edizioni del Premio del Paesaggio Europeo, istituito dal Consiglio d’Europa nel 2006 e gestito nel nostro Paese dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, grazie soprattutto alla sensibilità e all’impegno di pochi coraggiosi funzionari e dirigenti. Non solo emerge una ricchezza di esperienze distribuite sulla quasi totalità del territorio nazionale, con una prevalenza dei progetti riferiti ai centri medi e piccoli e ai paesaggi rurali, ma soprattutto colpiscono le qualità e le storie dei soggetti proponenti, la loro capacità di coinvolgere le comunità e di avere visioni e strategie di medio, lungo periodo che hanno stimolato nuove forme di governance dei territori. Non a caso alcuni di questi progetti di paesaggio, fra i più esemplari, hanno vinto il Premio Europeo o hanno ricevuto particolari menzioni e riconoscimenti: dal progetto della Val di Cornia a Carbonia, dall’Alto Belice al Parco agricolo dei Paduli in provincia di Lecce. Esperienze molte legate ai propri territori, che non hanno l’ambizione di diventare “buone pratiche” utili per tutti, perché la loro storia è direttamente connessa con una comunità, con un luogo. Nel prossimo autunno sarà pubblicato il bando per la V edizione del Premio del Paesaggio Europeo. Potrebbe essere una utile occasione per costruire una rete delle esperienze che si sono sviluppate nei territori in questi anni, per leggere le loro storie, coglierne il senso e raccogliere utili indicazioni. Se poi si decidesse di istituire il Premio per il miglior progetto di Paesaggio dell’Italia, seguendo la strada già tracciata da altri paesi europei, allora si potrebbero introdurre innovazioni che, valorizzando l’esperienza italiana, darebbero un utile contributo alle politiche di “paesaggio attivo” in Europa. Le condizioni ci sono. Bisogna solo decidere e mettersi al lavoro.

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