Quando l’UNESCO…

Nonostante l’Italia abbia il primato dei siti iscritti nel Patrimonio dell’Umanità a cura dell’UNESCO, ci sono città, territori e manifestazioni di cultura immateriale che si propongono per ottenere l’ambito riconoscimento. Di recente Lecce e il Salento hanno deciso di intraprendere questo cammino. Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad una città ed a un territorio che presenta quei caratteri di “unicità” che sono indispensabili per la candidatura prima e il riconoscimento dopo. Ma se il barocco leccese, di straordinario valore, non ha tutti i caratteri richiesti dall’UNESCO, non così è per il paesaggio rurale (oggi fortemente insidiato dall’attacco della xilella agli ulivi) e per la musica popolare che ha generato il fenomeno della “pizzica”, diventata un vero e proprio brand internazionale del Salento. Quindi ci sono le premesse per provarci. Ma a quale condizione. Nella nostra esperienza professionale ci siamo più volte occupati di siti UNESCO. Abbiamo elaborato il Piano di gestione (strumento decisivo per la procedura di riconoscimento) del Val di Noto, siamo stati partecipi della candidatura dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte e della Città di Verona. Che cosa possiamo accennare in proposito. Innanzitutto è necessario che tutto il processo di candidatura e la costruzione del Piano di gestione siano il frutto di una progettazione collettiva, partecipata. Non basta coinvolgere i Consigli Comunali, le Soprintendenze, le Organizzazioni imprenditoriali e persino le Università. Occorre una partecipazione più larga con una metodologia strutturata e verificata. E’ altresì necessario che tutte le politiche pubbliche siano da subito orientate in modo inequivocabile in coerenza con le indicazioni dell’UNESCO. Infine è necessario che, ottenuto il riconoscimento, non ci si culli sugli allori. Nel nostro Paese non c’è ancora una chiara politica di sostegno e promozione dei siti UNESCO e le risorse a disposizione sono limitate. Ma questo non può giustificare il progressivo abbandono di politiche coerenti con gli impegni assunti in sede UNESCO. Purtroppo, al di là dei richiami che periodicamente sono giunti ad alcuni siti per via di politiche di sostanziale degrado o di abbandono di luoghi, centri storici, beni culturali, è dall’osservazione quotidiana che emerge un quadro non del tutto rassicurante. Manca un organo vero di coordinamento (al di là del pur lodevole lavoro dell’Associazione dei Siti UNESCO o della Commissione UNESCO Italia) così come non esiste un’attività di monitoraggio delle politiche pubbliche in grado di evidenziare carenze e abbandoni. Contraddizioni queste che finiscono per indebolire il prestigio dell’Italia e la sua affidabilità in sede UNESCO. Ecco perché la candidatura di un territorio deve essere una occasione per riorganizzare la città, ridefinire gli usi degli spazi pubblici, riconsiderare le politiche di sviluppo e così via. In questo modo, anche se l’esito del riconoscimento sarà negativo, la città avrà comunque costruito e sedimentato il proprio futuro.

P.S: grazie a tutti per l’incoraggiamento…. Presto cercheremo di migliorare ulteriormente questo blog!

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