E’ “EMERGENZA CULTURA”?

Davvero esiste nel nostro Paese una “emergenza cultura”? Un gruppo di intellettuali, studiosi, ricercatori, sostenuti da alcune organizzazioni sindacali e partiti politici di opposizione, rispondono affermativamente e per questo hanno promosso recentemente una manifestazione a Roma. Non è semplice individuare le principali questioni che sollevano. Si va dalla contestazione della riforma della Pubblica Amministrazione a quella di Franceschini, fino alla difesa dell’art. 9 della Costituzione nell’ambito di una più generale opposizione alla riforma che sarà sottoposta al referendum di natura costituzionale. Le critiche più serrate sembrano concentrarsi su cinque punti. Il ricorso al silenzio-assenso, nel caso le Soprintendenze non esprimano il proprio parere entro 90 su progetti presentati da altre amministrazioni pubbliche, previsto nella cosiddetta legge Madia, dal nome del Ministro della Funzione Pubblica. Sempre con riferimento alla stessa legge si intravvede il rischio che le Soprintendenze siano sottoposte al controllo dei Prefetti. Si richiama la cosiddetta legge “Sblocca Italia” che, sempre a giudizio dei promotori della manifestazione, contiene norme che mettono a rischio la tutela del paesaggio. La riforma Franceschini, laddove riconosce una speciale autonomia a 20 grandi musei (con altri 10 recentemente indicati) separandoli dalle Soprintendenze e affidandole a Direttori scelti con un pubblico concorso, indebolisce, si dice, la tutela unitaria del patrimonio che non ha soluzione di continuità fra musei e territorio e crea un sistema che divide i musei in serie A e serie B. Senza considerare che il concorso pubblico viene considerato una farsa (colloqui brevi con candidati non molto qualificati) e si introduce il dubbio che i Direttori siano stati scelti sulla base di indicazioni della politica. Sempre a proposito della riforma Franceschini si contesta la scelta fatta di dare vita alle Soprintendenze uniche, segnalando la gravità dell’abolizione delle Soprintendenze archeologiche. Si giudicano profondamente sbagliate le scelte fatte dal Governo a proposito dei finanziamenti alla cultura (dal bonus di 500 euro per i giovani diciottenni fino al recente miliardo deliberato dal CIPE). Infine si rivendica la necessità di abbandonare la logica degli interventi straordinari per assicurare più risorse alla manutenzione, alla conservazione programmata del patrimonio, suggerita a suo tempo da Giovanni Urbani, e alle Soprintendenze, e si propone una politica di assunzioni che vada oltre il concorso previsto per 500 nuovi posti di lavoro. Si tratta quindi di critiche sostanziali che, ancor che legittime, toccano alcuni dei punti qualificanti delle politiche promosse dal Ministro Franceschini e dal Presidente del Consiglio. Questioni che mettono in evidenza che sulle politiche culturali, sul valore che vogliamo attribuire al patrimonio culturale, sul significato da dare a “bene culturale come bene comune”, sul rapporto fra beni culturali e sviluppo economico e sociale, sul ruolo dei cittadini, delle comunità e delle istituzioni locali nella tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio e così via, più nettamente che nel passato, si confrontano due punti di vista che hanno pochi punti di contatto e quindi di confronto, di dialogo possibile. Nella fase in cui il centro-destra ha governato, era più “facile” coprire le differenze, già allora presenti, nella comune opposizione a Berlusconi. Oggi è più difficile. I nodi sono ben individuati e sono venuti tutti al pettine. Ci aspetta quindi una fase che potrebbe portare a una radicalizzazione delle posizioni. L’avvicinarsi del referendum costituzionale (molti dei promotori di “Emergenza Cultura” sono schierati per il “No”), e l’approssimarsi delle elezioni politiche, potrebbero dar luogo ad una fase di turbolenze in cui lo scontro assume sempre più un carattere “ideologico”, come già si è potuto verificare ascoltando gli interventi a conclusione della manifestazione romana. Si è fatto ricorso a slogan di tempi andati, paventando rischi per la democrazia e denunciando la subalternità della classe politica di governo a multinazionali, petrolieri, banche e così via. Il confronto, e se è necessario lo scontro, è vitale per la democrazia. Ma se è di tipo “ideologico”, diventa improduttivo e non ci porta da nessuna parte. Facciamo solo un esempio. Con le recenti decisioni assunte dal CIPE è stato stanziato 1 miliardo di euro al Ministero beni culturali e turismo che intende destinarli al completamento di 33 progetti di restauro, di conservazione e valorizzazione di musei, palazzi, aree archeologiche, monumenti e così via, con alcuni interventi di particolare importanza e valore. Una misura discutibile che tuttavia conferma un’inversione di tendenza rispetto agli anni più recenti in cui abbiamo assistito solo a tagli lineari. Discutibile per il metodo e il merito. Il Ministero ha proceduto senza un coinvolgimento di Regioni e Comuni che, al pari delle Soprintendenze, gestiscono parti rilevanti del patrimonio culturale investendo risorse importanti. E oggi la Presidenza del Consiglio lancia una campagna chiedendo ai cittadini di segnalare i beni culturali abbandonati da recuperare, con una dote di 150 milioni di euro (quelli che Franceschini pensava di utilizzare per eventuali completamenti dei cantieri sui 33 interventi finanziati!). Una mortificazione delle amministrazioni locali e delle comunità. Un confronto istituzionale sul merito avrebbe consentito di allineare gli interventi, di definire al meglio le priorità e di ridimensionare l’accusa di distribuire risorse usando il manuale Cencelli. Forse si sarebbe “perso” qualche settimana ma i risultati avrebbero potuto ripagare l’attesa. Il Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020, da cui provengono le risorse, è ancora usato come un “bancomat”, mentre dovrebbe essere utilizzato per implementare i cosiddetti PON (Programmi Operativi Nazionali) e i POR (Programmi Operativi Regionali) predisposti in coerenza con gli obiettivi della programmazione dei fondi europei 2014/2020. Osservazioni come queste, o altre, non hanno nulla a che fare con il referendum, le elezioni amministrative di Roma, l’unificazione delle Soprintendenze e così via. Ed è difficile sostenere che c’è un filo rosso che lega tutto. Una generica piattaforma che mette insieme questioni e problemi molto diversi fra loro e formula proposte piuttosto generiche, in qualche modo finisce con il legittimare l’idea che è meglio che ciascuno coltivi la propria aiuola nella certezza che i fiori più belli crescono solo nella propria. Ma sappiamo tutti che non è così. Rischiamo di perdere tutti un’occasione importante per contribuire a un processo riformatore delle politiche per la cultura.

Ledo Prato

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