Discutendo di riforme ministeriali

La seconda fase della riforma Franceschini ha generato un dibattito che ha molti tratti in comune con quanto avvenuta nella prima fase della stessa riforma. Toni aspri e mobilitazione dei più diretti interessati. Vediamo qual è l’oggetto del contendere. Dopo l’autonomia assegnata ai 20 musei, con relativa individuazione dei Direttori, il Ministro ha ampliato questa scelta ad un nuovo elenco di musei da rendere autonomi, ha istituito i Poli museali regionali (in via di organizzazione) ridefinendo i compiti e, soprattutto gli ambiti e le missioni delle Soprintendenze. In questa seconda fase quindi ha proceduto alla costituzione delle Soprintendenze uniche (accorpando in una unica sede le Soprintendenze archeologiche, ai beni artistici e storici, ai monumenti e così via), ha istituito i Parchi archeologici e, più di recente, ha annunciato la costituzione dell’Istituto di Archeologia con la stessa autonomia con cui opera l’Istituto Centrale del Restauro. Un disegno coerente che può essere condiviso o meno ma che ha una sua logica. Con le Soprintendenze uniche si ridefiniscono anche gli ambiti territoriali e si va al superamento di Soprintendenze che avevano a riferimento, in qualche caso, persino una intera regione. Inoltre dovrebbe migliorare l’esercizio della tutela visto che spesso sullo stesso bene intervengono, per i pareri previsti, più uffici e più Soprintendenze, almeno fino ad oggi. L’auspicio è che le sedi uniche migliorino anche i rapporti dei cittadini con le istituzioni periferiche ministeriali, con un solo sportello a cui riferirsi. E tuttavia gli archeologi (tutti?), in modo particolare, hanno contestato la riforma e organizzato manifestazioni di proteste. Era già successo con gli storici dell’arte quando c’è stato l’accorpamento con le Soprintendenze ai monumenti. I timori sono sempre gli stessi: si perdono le specificità, si disperdono competenze, si sottomette l’archeologia ad altri interesse e così via, e si delineano scenari apocalittici. Questo modello – le Soprintendenze uniche-, che ho sostenuto da sempre, è in vigore in Sicilia da alcuni decenni. Se in Sicilia permangono problemi, sia nell’ambito della tutela che nell’ambito della valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, la causa non è certo del modello delle Soprintendenze. Non è questa la sede per esaminare le problematiche siciliane. Ma se si interpellano i Soprintendenti siciliani confermeranno questa valutazione. E allora dobbiamo domandarci se i timori sono giustificati oppure no. Prima però soffermiamoci sinteticamente su un punto. Dopo averle provate tutte nelle precedenti legislature, senza successo, Franceschini ha inteso “riportare” le Soprintendenze al ruolo di enti di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, sottraendo loro le funzioni nell’ambito della valorizzazione e gestione dei musei. E’ apparso infatti a tutti che non avevano competenze, professionalità e risorse umane adeguate per fare bene sia la tutela che la valorizzazione. Ha aperto quindi una nuova stagione in cui i rapporti fra Soprintendenze e musei andranno costruiti su basi nuove, lavorando molto di più sulla ricerca, sull’innovazione, sullo studio, per preservare il patrimonio e renderlo fruibile per un pubblico destinato a crescere ancora nei prossimi anni. Musei e Soprintendenze dovranno alimentarsi reciprocamente con attività per troppo tempo abbandonate o messe da parte. Una sfida di non poco conto che avrà bisogno della leale collaborazione fra tutti i soggetti interessati ma che dovrà poter contare, per essere vinta, su una iniezione di personale giovane e qualificato in grado di poter utilizzare agevolmente le proprie competenze con l’uso delle tecnologie. C’è infine il tema dei piccoli musei, o comunque dei luoghi della cultura poco frequentati, oggi senza una collocazione precisa nel disegno riformatore del Ministro. In questo caso bisogna rompere qualche tabù. Innanzitutto domandarsi se dovranno essere sempre aperti, se dovranno essere gestiti dal sistema pubblico (Stato o Comuni) ovvero se potranno generare nuovi modelli di gestione pubblico-privato no profit o se potranno avvalersi delle risorse umane che volontariamente prestano il proprio tempo al servizio delle proprie comunità. In quest’ultimo caso dovremo finalmente abbandonare i nostri pregiudizi sul volontariato, come purtroppo è ancora avvenuto recentemente con il bando rivolto ai giovani interessati al servizio civile, e provare a verificare molto laicamente dove al volontariato non c’è alcuna alternativa credibile e sostenibile.

La prudenza, in caso di riforme così complesse e radicali, è una virtù che è giusto esercitare. Ma è cosa diversa dai timori che nascono da interessi a volte corporativi o dalla paura del cambiamento. Si può capire ma non giustificare.

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