Città al Futuro

Molti analisti sostengono che nei prossimi anni inizierà un nuovo ciclo di sviluppo, con caratteristiche profondamente diverse da quelle conosciute sino a oggi. Lo sviluppo locale dovrà quindi ridefinire i propri indirizzi e anche individuare diversi modelli per il sostegno alle economie e alle comunità. Già in questi ultimi anni molte delle pratiche dello sviluppo locale hanno preso avvio in conseguenza e anche come tentativo di risposta a crisi in atto. Anche se le crisi a scala territoriale che oggi conosciamo sono determinate direttamente o indirettamente anche da fattori esterni, da cambiamenti che restano fuori dalla portata e dalla volontà delle comunità e che, a quelli locali, sovrappongono piani e dimensioni nazionali e internazionali. E’ cambiato, e continua a cambiare, il paesaggio economico, sociale e culturale delle Nazioni, sono nate città-mondo che dialogano a livello planetario, spesso in autonomia rispetto agli Stati, anche se da essi ne sono ancora influenzati. Ma sono cambiati anche i rapporti fra le città all’interno degli Stati e fra queste e i territori di riferimento. Tutto questo ha aperto nuovi scenari e nuove possibilità prima inimmaginabili che obbligano le città a ridefinire i propri ruoli e le proprie funzioni rispetto ai diversi contesti. Per le città che intendono reagire alle sfide poste dai cambiamenti, rilanciando il proprio ruolo e le proprie strategie di sviluppo, è essenziale definire – anche con sperimentazioni – un’agenda e una visione comune per il futuro. Le città che competevano fino a ieri su scala anche internazionale, ora vengono ridimensionate a un grado territoriale e, per effetto di questo fenomeno, sono scivolate in una posizione di subalternità, assimilandosi alle aree marginali o minori delle diverse nazioni. Ed è singolare che i governi centrali abbiano dedicato così poca attenzione a questa nuova situazione. È uno scenario in continuo e straordinario cambiamento, quello che sta costringendo le città ad aggiornare costantemente la propria prospettiva di sviluppo. Le policy consolidate negli anni della crescita sembrano inadeguate e presentano crepe vistose. Si sono fatti strada con forza temi relativi a come adottare scelte condivise, come mobilitare tutte le risorse delle comunità, come dare un carattere resiliente alle città senza attardarsi sul solo versante del contrasto al crescente declino. In questo contesto la democrazia della partecipazione può essere un esercizio su cui costruire policy territoriali o urbane all’altezza delle sfide che le città devono affrontare. La dimensione e i temi che possono riguardare le città, in particolar modo, consentono infatti al cittadino di esercitare una capacità partecipativa che produca efficacia e al decisore pubblico di circoscrivere e misurare le aspettative e la domanda espressa dai gruppi e dai portatori di interesse. La scala urbana permette di accorciare la distanza tra cittadini e istituzioni, consente un monitoraggio continuo e un’azione diretta di pressione e dialogo con il decisore pubblico, genera un’attenzione reale verso l’azione collettiva e le modalità con cui si può trasformare in azione pubblica. I processi partecipativi costituiscono uno stimolo anche per le comunità svantaggiate perché possono favorire un miglioramento della propria situazione economica, sociale, culturale e ambientale attraverso la valorizzazione del pieno potenziale delle risorse endogene e dei suoi abitanti. Processi partecipativi orientati alla ridefinizione dei programmi di sviluppo locale con una visione di futuro possono costruire quel capitale di fiducia su cui ogni comunità deve poter contare per affrontare il mare aperto. Uno degli strumenti di cui dispongono comunità e istituzioni locali è il Piano Strategico che può avviare un processo di partecipazione dei cittadini alla costruzione del futuro della propria città. Gli obiettivi e le azioni per lo sviluppo della Città sono individuati attraverso un confronto pubblico e riassunti in un documento programmatico che disegna le tappe in una prospettiva di lungo termine. Si potrebbe definire un puzzle che si compone solo se ciascuno si rende disponibile a portare la sua tessera al momento opportuno, collocarla nel posto giusto, nel rispetto del lavoro fatto dagli altri. I programmi di sviluppo locale che sostanziano un Piano Strategico possono anche aiutare le città piccole e medie a sfuggire al destino dell’isolamento, a sperimentare formule per allontanare questa prospettiva di marginalità rispetto ai centri dello sviluppo, a ricostruire un futuro comune condiviso con le aree territoriali contigue. Le città possono avere un atteggiamento passivo o cercare di costruire laboratori originali e sperimentali, agendo sulle leve che anche i fattori esterni, apparentemente ostili, offrono sempre. Non si può certo rinunciare a costruire il proprio futuro ed esso sarà la conseguenza di ognuna delle azioni che quella città intraprenderà. E se anche scegliesse di assumere una posizione passiva, di non progettarlo e piegarlo a proprio favore, quel futuro sarebbe condizionato e determinato dalla scelta di non progettarlo attivamente: si tratterebbe di una decisione in ogni caso. Anche la gestione dell’ordinario quotidiano comporta responsabilità e conseguenze sul futuro. La città dei prossimi decenni è obbligatoriamente costretta a decidere l’intensità e la direzione del proprio protagonismo sulle scene regionali, nazionali ed internazionali, senza prescindere dal proprio passato e al tempo stesso consapevole dei molti fattori e presupposti che determineranno il prossimo presente per la sua economia e la sua comunità. Le rotte di navigazione sono indispensabili. John Augustus Sheed diceva: «certo, una nave nel porto è al sicuro, ma le navi non sono fatte per questo». Ormai il porto è forse il luogo meno sicuro.

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