E’ “EMERGENZA CULTURA”?

Davvero esiste nel nostro Paese una “emergenza cultura”? Un gruppo di intellettuali, studiosi, ricercatori, sostenuti da alcune organizzazioni sindacali e partiti politici di opposizione, rispondono affermativamente e per questo hanno promosso recentemente una manifestazione a Roma. Non è semplice individuare le principali questioni che sollevano. Si va dalla contestazione della riforma della Pubblica Amministrazione a quella di Franceschini, fino alla difesa dell’art. 9 della Costituzione nell’ambito di una più generale opposizione alla riforma che sarà sottoposta al referendum di natura costituzionale. Le critiche più serrate sembrano concentrarsi su cinque punti. Il ricorso al silenzio-assenso, nel caso le Soprintendenze non esprimano il proprio parere entro 90 su progetti presentati da altre amministrazioni pubbliche, previsto nella cosiddetta legge Madia, dal nome del Ministro della Funzione Pubblica. Sempre con riferimento alla stessa legge si intravvede il rischio che le Soprintendenze siano sottoposte al controllo dei Prefetti. Si richiama la cosiddetta legge “Sblocca Italia” che, sempre a giudizio dei promotori della manifestazione, contiene norme che mettono a rischio la tutela del paesaggio. La riforma Franceschini, laddove riconosce una speciale autonomia a 20 grandi musei (con altri 10 recentemente indicati) separandoli dalle Soprintendenze e affidandole a Direttori scelti con un pubblico concorso, indebolisce, si dice, la tutela unitaria del patrimonio che non ha soluzione di continuità fra musei e territorio e crea un sistema che divide i musei in serie A e serie B. Senza considerare che il concorso pubblico viene considerato una farsa (colloqui brevi con candidati non molto qualificati) e si introduce il dubbio che i Direttori siano stati scelti sulla base di indicazioni della politica. Sempre a proposito della riforma Franceschini si contesta la scelta fatta di dare vita alle Soprintendenze uniche, segnalando la gravità dell’abolizione delle Soprintendenze archeologiche. Si giudicano profondamente sbagliate le scelte fatte dal Governo a proposito dei finanziamenti alla cultura (dal bonus di 500 euro per i giovani diciottenni fino al recente miliardo deliberato dal CIPE). Infine si rivendica la necessità di abbandonare la logica degli interventi straordinari per assicurare più risorse alla manutenzione, alla conservazione programmata del patrimonio, suggerita a suo tempo da Giovanni Urbani, e alle Soprintendenze, e si propone una politica di assunzioni che vada oltre il concorso previsto per 500 nuovi posti di lavoro. Si tratta quindi di critiche sostanziali che, ancor che legittime, toccano alcuni dei punti qualificanti delle politiche promosse dal Ministro Franceschini e dal Presidente del Consiglio. Questioni che mettono in evidenza che sulle politiche culturali, sul valore che vogliamo attribuire al patrimonio culturale, sul significato da dare a “bene culturale come bene comune”, sul rapporto fra beni culturali e sviluppo economico e sociale, sul ruolo dei cittadini, delle comunità e delle istituzioni locali nella tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio e così via, più nettamente che nel passato, si confrontano due punti di vista che hanno pochi punti di contatto e quindi di confronto, di dialogo possibile. Nella fase in cui il centro-destra ha governato, era più “facile” coprire le differenze, già allora presenti, nella comune opposizione a Berlusconi. Oggi è più difficile. I nodi sono ben individuati e sono venuti tutti al pettine. Ci aspetta quindi una fase che potrebbe portare a una radicalizzazione delle posizioni. L’avvicinarsi del referendum costituzionale (molti dei promotori di “Emergenza Cultura” sono schierati per il “No”), e l’approssimarsi delle elezioni politiche, potrebbero dar luogo ad una fase di turbolenze in cui lo scontro assume sempre più un carattere “ideologico”, come già si è potuto verificare ascoltando gli interventi a conclusione della manifestazione romana. Si è fatto ricorso a slogan di tempi andati, paventando rischi per la democrazia e denunciando la subalternità della classe politica di governo a multinazionali, petrolieri, banche e così via. Il confronto, e se è necessario lo scontro, è vitale per la democrazia. Ma se è di tipo “ideologico”, diventa improduttivo e non ci porta da nessuna parte. Facciamo solo un esempio. Con le recenti decisioni assunte dal CIPE è stato stanziato 1 miliardo di euro al Ministero beni culturali e turismo che intende destinarli al completamento di 33 progetti di restauro, di conservazione e valorizzazione di musei, palazzi, aree archeologiche, monumenti e così via, con alcuni interventi di particolare importanza e valore. Una misura discutibile che tuttavia conferma un’inversione di tendenza rispetto agli anni più recenti in cui abbiamo assistito solo a tagli lineari. Discutibile per il metodo e il merito. Il Ministero ha proceduto senza un coinvolgimento di Regioni e Comuni che, al pari delle Soprintendenze, gestiscono parti rilevanti del patrimonio culturale investendo risorse importanti. E oggi la Presidenza del Consiglio lancia una campagna chiedendo ai cittadini di segnalare i beni culturali abbandonati da recuperare, con una dote di 150 milioni di euro (quelli che Franceschini pensava di utilizzare per eventuali completamenti dei cantieri sui 33 interventi finanziati!). Una mortificazione delle amministrazioni locali e delle comunità. Un confronto istituzionale sul merito avrebbe consentito di allineare gli interventi, di definire al meglio le priorità e di ridimensionare l’accusa di distribuire risorse usando il manuale Cencelli. Forse si sarebbe “perso” qualche settimana ma i risultati avrebbero potuto ripagare l’attesa. Il Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020, da cui provengono le risorse, è ancora usato come un “bancomat”, mentre dovrebbe essere utilizzato per implementare i cosiddetti PON (Programmi Operativi Nazionali) e i POR (Programmi Operativi Regionali) predisposti in coerenza con gli obiettivi della programmazione dei fondi europei 2014/2020. Osservazioni come queste, o altre, non hanno nulla a che fare con il referendum, le elezioni amministrative di Roma, l’unificazione delle Soprintendenze e così via. Ed è difficile sostenere che c’è un filo rosso che lega tutto. Una generica piattaforma che mette insieme questioni e problemi molto diversi fra loro e formula proposte piuttosto generiche, in qualche modo finisce con il legittimare l’idea che è meglio che ciascuno coltivi la propria aiuola nella certezza che i fiori più belli crescono solo nella propria. Ma sappiamo tutti che non è così. Rischiamo di perdere tutti un’occasione importante per contribuire a un processo riformatore delle politiche per la cultura.

Ledo Prato

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Spazio ai temi del Paesaggio

Le politiche pubbliche per il Paesaggio sono da tempo ai margini dell’agenda politica del Paese. Si potrebbe obiettare che in realtà nelle politiche governative, soprattutto negli ultimi anni, si rintracciano provvedimenti che, secondo alcuni, hanno incoraggiato la speculazione edilizia o attenuato i controlli delle autorità pubbliche, lasciando ampi margini agli interessi privati. Si tratta di opinioni, rispettabili, ma su cui si può discutere senza approdare ad un punto di vista condiviso. Più interessante può essere verificare cosa succede nei territori e capire se, a livello locale, la valorizzazione, le trasformazioni, i progetti, la cura del paesaggio trovano migliore accoglienza e generano cittadinanza attiva. Ma andiamo con ordine. Dal punto di vista dell’ordinamento legislativo, l’ultimo atto significativo in materia risale al 2004, quando viene approvato il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un passaggio difficile e contrastato che ha visto molti oppositori, successivamente convertiti, ed uno scontro molto aspro fra lo Stato e le Regioni che reclamavano il rispetto dei dettati costituzionali sanciti nella riforma del 2001. La parte III del Codice, dagli articoli 131 a 159 emendati nel corso degli anni, ci restituisce un quadro normativo frutto di una complessa mediazione che, pur individuando le funzioni e le responsabilità dei diversi livelli istituzionali, individua nella cooperazione fra amministrazioni pubbliche la modalità con cui affrontare una materia così complessa e delicata. A rileggere oggi quelle norme non è difficile riscontrare che molte di esse sono rimaste in parte o in tutto inapplicate. Sappiamo tutti come è andata. Il caso forse più noto è proprio quello relativo alla predisposizione dei Piani Paesaggistici, puntualmente descritti nell’art. 143 del Codice, assegnata alle Regioni. Analoghe valutazioni si potrebbero fare a proposito degli Osservatori regionali o delle Commissioni locali del Paesaggio, solo per citare alcuni degli strumenti più innovativi previsti dal Codice che, salvo pochi casi, sono rimasti fra le buone intenzioni. Tuttavia, nonostante ritardi e contraddizioni, non si può dire che negli anni più recenti non si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il patrimonio di paesaggi del Paese con interventi di trasformazione a cura di soggetti istituzionali ma anche di gruppi, associazioni, cittadini che, dove è stato possibile (cito per tutti Toscana e Puglia ma sono molti gli esempi virtuosi), hanno contribuito a ridisegnare le politiche pubbliche. Dall’agricoltura più attenta alle modalità di produzione e valorizzazione delle risorse locali ai Sindaci che adottano sempre di più politiche restrittive nel consumo di suolo e investono sulla riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, dalle aree protette che valorizzano non solo gli aspetti naturalistici ma anche quelli storico-culturali dei loro paesaggi, alle associazioni che curano luoghi e tradizioni a rischio per il degrado e l’abbandono, anche facendo ricorso alle espressioni più innovative dell’arte contemporanea, persino in aree con forti insediamenti di criminalità organizzata. Una conferma di questa vivacità, di questo fermento, di questa rinnovata cittadinanza attiva possiamo ritrovarla passando in rassegna i progetti di paesaggio che sono stati presentati in questi 10 anni nelle 4 edizioni del Premio del Paesaggio Europeo, istituito dal Consiglio d’Europa nel 2006 e gestito nel nostro Paese dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, grazie soprattutto alla sensibilità e all’impegno di pochi coraggiosi funzionari e dirigenti. Non solo emerge una ricchezza di esperienze distribuite sulla quasi totalità del territorio nazionale, con una prevalenza dei progetti riferiti ai centri medi e piccoli e ai paesaggi rurali, ma soprattutto colpiscono le qualità e le storie dei soggetti proponenti, la loro capacità di coinvolgere le comunità e di avere visioni e strategie di medio, lungo periodo che hanno stimolato nuove forme di governance dei territori. Non a caso alcuni di questi progetti di paesaggio, fra i più esemplari, hanno vinto il Premio Europeo o hanno ricevuto particolari menzioni e riconoscimenti: dal progetto della Val di Cornia a Carbonia, dall’Alto Belice al Parco agricolo dei Paduli in provincia di Lecce. Esperienze molte legate ai propri territori, che non hanno l’ambizione di diventare “buone pratiche” utili per tutti, perché la loro storia è direttamente connessa con una comunità, con un luogo. Nel prossimo autunno sarà pubblicato il bando per la V edizione del Premio del Paesaggio Europeo. Potrebbe essere una utile occasione per costruire una rete delle esperienze che si sono sviluppate nei territori in questi anni, per leggere le loro storie, coglierne il senso e raccogliere utili indicazioni. Se poi si decidesse di istituire il Premio per il miglior progetto di Paesaggio dell’Italia, seguendo la strada già tracciata da altri paesi europei, allora si potrebbero introdurre innovazioni che, valorizzando l’esperienza italiana, darebbero un utile contributo alle politiche di “paesaggio attivo” in Europa. Le condizioni ci sono. Bisogna solo decidere e mettersi al lavoro.

Sono sempre io, nonostante tutto

Care Amiche ed Amici, voglio ringraziarvi pubblicamente per i tanti, tanti messaggi che mi avete mandato, esprimendo vicinanza, affetto, dolore, condivisione per questa tragedia che ha colpito la mia famiglia, i miei parenti. La vita riserva molte sorprese, alcune liete, altre no. Entrambe la connotano, la segnano, le danno colore, forma, sostanza. A volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, ti mette a confronto con subdole malattie che sovrastano le persone più deboli, tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti. In questi lunghi anni a tanti ho cercato di trasmettere speranza, coraggio, fiducia, di costruire bellezza, di preservare i valori fondamentali della vita, di credere nel buon futuro. Qualche volta ci sono riuscito, altre no, come dimostra questa tragedia. Forse pensiamo di poter avere un ruolo decisivo nei rapporti umani e famigliari ma non è sempre così. Qualche volta ci attribuiamo capacità che non abbiamo e l’esempio di una vita condotta ispirandosi ai valori dell’onestà, del rispetto della vita propria, e di quella altrui, che ci è stata donata e di cui non siamo padroni assoluti, si scontra con contesti difficili, rapporti umani alterati, scelte non sempre condivisibili, disvalori che cancellano valori e sembrano vanificare la missione di una vita a cui hai dato tutto, senza risparmio. In questi giorni in cui la stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso, si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo, usate espressioni dei tempi più bui della vita civile. Mi sovviene un brano del Vangelo di qualche settimana fa. Il protagonista è un fico che non dà frutti e, per questo, si propone di tagliarlo. Ma poi si decide diversamente, si zappa intorno, si innaffia e si stabilisce un tempo: se entro tre anni non darà frutti, sarà tagliato. Non è solo un atto di misericordia, è un atto di saggezza che suggerisce prudenza, pazienza perché i tempi della ricerca della verità non sono brevi e la giustizia umana ha limiti profondi. Sono quelli che lasciano spazio al perdono che, seppure non cancelli la colpa, preserva la possibilità per le persone, tutte le persone, di non ergersi a giudici esclusivi e onnipotenti. Oggi voi dovete sentirvi liberi di lasciare questa pagina, di ritirare la vostra amicizia se questa nostra tragedia vi procura sofferenza o insofferenza, se non siete più interessati a leggere, condividere qualche riflessione perché avete smarrito la fiducia che avevate nell’autore. Quelli che vorranno ancora seguirmi sappiano che non riuscirò ad essere presente su queste pagine con continuità ma che non rinuncerò a niente delle idee e dei valori in cui credo e, in questa circostanza, sarò ancora più determinato nel rigore con cui viverli ed esprimerli. Metto in conto tutto e devo essere pronto a tutto. Me l’avete scritto in molti. Pensieri bellissimi, parole affettuose che custodirò con cura e a cui farò riferimento tutte le volte che la tristezza e la solitudine cercheranno di prendere il sopravvento. Voglio riportare solo un piccolo brano, fra i tantissimi, che mi ha scritto un amico carissimo, più grande di me in tutti i sensi, che conosco da oltre 20 anni. Ha scritto:..”la tua sconfinata capacità di mettere insieme, mediare, sdrammatizzare, cercare la fessura dove infilare una soluzione o un piccolo dislivello dove collocare un cuneo, ti permetterà di restare fermo nella tua fede, di non cadere nel buco nero, di riconfermarti nel valore delle cose che hai fatto e anche di aiutare Marco. Tu sei una persona capace di rivoltare il male nel bene e questa volta ti tocca dimostrarlo in modo da stupire il mondo”.
Posso farcela, lo devo alla mia famiglia tutta, ai miei parenti, ai miei tanti amici e a questo mio amico che mi ha consegnato un obiettivo tanto faticoso quanto straordinario. Con il vostro aiuto, con quello del Signore che non ci lascia mai soli perché è pronto a mischiarsi con la nostra storia anche di peccatori, ci accingiamo con passo lieve ad attraversare questa tempesta. Che Dio aiuti quanti ne hanno bisogno.

Ledo Prato

Città al Futuro

Molti analisti sostengono che nei prossimi anni inizierà un nuovo ciclo di sviluppo, con caratteristiche profondamente diverse da quelle conosciute sino a oggi. Lo sviluppo locale dovrà quindi ridefinire i propri indirizzi e anche individuare diversi modelli per il sostegno alle economie e alle comunità. Già in questi ultimi anni molte delle pratiche dello sviluppo locale hanno preso avvio in conseguenza e anche come tentativo di risposta a crisi in atto. Anche se le crisi a scala territoriale che oggi conosciamo sono determinate direttamente o indirettamente anche da fattori esterni, da cambiamenti che restano fuori dalla portata e dalla volontà delle comunità e che, a quelli locali, sovrappongono piani e dimensioni nazionali e internazionali. E’ cambiato, e continua a cambiare, il paesaggio economico, sociale e culturale delle Nazioni, sono nate città-mondo che dialogano a livello planetario, spesso in autonomia rispetto agli Stati, anche se da essi ne sono ancora influenzati. Ma sono cambiati anche i rapporti fra le città all’interno degli Stati e fra queste e i territori di riferimento. Tutto questo ha aperto nuovi scenari e nuove possibilità prima inimmaginabili che obbligano le città a ridefinire i propri ruoli e le proprie funzioni rispetto ai diversi contesti. Per le città che intendono reagire alle sfide poste dai cambiamenti, rilanciando il proprio ruolo e le proprie strategie di sviluppo, è essenziale definire – anche con sperimentazioni – un’agenda e una visione comune per il futuro. Le città che competevano fino a ieri su scala anche internazionale, ora vengono ridimensionate a un grado territoriale e, per effetto di questo fenomeno, sono scivolate in una posizione di subalternità, assimilandosi alle aree marginali o minori delle diverse nazioni. Ed è singolare che i governi centrali abbiano dedicato così poca attenzione a questa nuova situazione. È uno scenario in continuo e straordinario cambiamento, quello che sta costringendo le città ad aggiornare costantemente la propria prospettiva di sviluppo. Le policy consolidate negli anni della crescita sembrano inadeguate e presentano crepe vistose. Si sono fatti strada con forza temi relativi a come adottare scelte condivise, come mobilitare tutte le risorse delle comunità, come dare un carattere resiliente alle città senza attardarsi sul solo versante del contrasto al crescente declino. In questo contesto la democrazia della partecipazione può essere un esercizio su cui costruire policy territoriali o urbane all’altezza delle sfide che le città devono affrontare. La dimensione e i temi che possono riguardare le città, in particolar modo, consentono infatti al cittadino di esercitare una capacità partecipativa che produca efficacia e al decisore pubblico di circoscrivere e misurare le aspettative e la domanda espressa dai gruppi e dai portatori di interesse. La scala urbana permette di accorciare la distanza tra cittadini e istituzioni, consente un monitoraggio continuo e un’azione diretta di pressione e dialogo con il decisore pubblico, genera un’attenzione reale verso l’azione collettiva e le modalità con cui si può trasformare in azione pubblica. I processi partecipativi costituiscono uno stimolo anche per le comunità svantaggiate perché possono favorire un miglioramento della propria situazione economica, sociale, culturale e ambientale attraverso la valorizzazione del pieno potenziale delle risorse endogene e dei suoi abitanti. Processi partecipativi orientati alla ridefinizione dei programmi di sviluppo locale con una visione di futuro possono costruire quel capitale di fiducia su cui ogni comunità deve poter contare per affrontare il mare aperto. Uno degli strumenti di cui dispongono comunità e istituzioni locali è il Piano Strategico che può avviare un processo di partecipazione dei cittadini alla costruzione del futuro della propria città. Gli obiettivi e le azioni per lo sviluppo della Città sono individuati attraverso un confronto pubblico e riassunti in un documento programmatico che disegna le tappe in una prospettiva di lungo termine. Si potrebbe definire un puzzle che si compone solo se ciascuno si rende disponibile a portare la sua tessera al momento opportuno, collocarla nel posto giusto, nel rispetto del lavoro fatto dagli altri. I programmi di sviluppo locale che sostanziano un Piano Strategico possono anche aiutare le città piccole e medie a sfuggire al destino dell’isolamento, a sperimentare formule per allontanare questa prospettiva di marginalità rispetto ai centri dello sviluppo, a ricostruire un futuro comune condiviso con le aree territoriali contigue. Le città possono avere un atteggiamento passivo o cercare di costruire laboratori originali e sperimentali, agendo sulle leve che anche i fattori esterni, apparentemente ostili, offrono sempre. Non si può certo rinunciare a costruire il proprio futuro ed esso sarà la conseguenza di ognuna delle azioni che quella città intraprenderà. E se anche scegliesse di assumere una posizione passiva, di non progettarlo e piegarlo a proprio favore, quel futuro sarebbe condizionato e determinato dalla scelta di non progettarlo attivamente: si tratterebbe di una decisione in ogni caso. Anche la gestione dell’ordinario quotidiano comporta responsabilità e conseguenze sul futuro. La città dei prossimi decenni è obbligatoriamente costretta a decidere l’intensità e la direzione del proprio protagonismo sulle scene regionali, nazionali ed internazionali, senza prescindere dal proprio passato e al tempo stesso consapevole dei molti fattori e presupposti che determineranno il prossimo presente per la sua economia e la sua comunità. Le rotte di navigazione sono indispensabili. John Augustus Sheed diceva: «certo, una nave nel porto è al sicuro, ma le navi non sono fatte per questo». Ormai il porto è forse il luogo meno sicuro.

Discutendo di riforme ministeriali

La seconda fase della riforma Franceschini ha generato un dibattito che ha molti tratti in comune con quanto avvenuta nella prima fase della stessa riforma. Toni aspri e mobilitazione dei più diretti interessati. Vediamo qual è l’oggetto del contendere. Dopo l’autonomia assegnata ai 20 musei, con relativa individuazione dei Direttori, il Ministro ha ampliato questa scelta ad un nuovo elenco di musei da rendere autonomi, ha istituito i Poli museali regionali (in via di organizzazione) ridefinendo i compiti e, soprattutto gli ambiti e le missioni delle Soprintendenze. In questa seconda fase quindi ha proceduto alla costituzione delle Soprintendenze uniche (accorpando in una unica sede le Soprintendenze archeologiche, ai beni artistici e storici, ai monumenti e così via), ha istituito i Parchi archeologici e, più di recente, ha annunciato la costituzione dell’Istituto di Archeologia con la stessa autonomia con cui opera l’Istituto Centrale del Restauro. Un disegno coerente che può essere condiviso o meno ma che ha una sua logica. Con le Soprintendenze uniche si ridefiniscono anche gli ambiti territoriali e si va al superamento di Soprintendenze che avevano a riferimento, in qualche caso, persino una intera regione. Inoltre dovrebbe migliorare l’esercizio della tutela visto che spesso sullo stesso bene intervengono, per i pareri previsti, più uffici e più Soprintendenze, almeno fino ad oggi. L’auspicio è che le sedi uniche migliorino anche i rapporti dei cittadini con le istituzioni periferiche ministeriali, con un solo sportello a cui riferirsi. E tuttavia gli archeologi (tutti?), in modo particolare, hanno contestato la riforma e organizzato manifestazioni di proteste. Era già successo con gli storici dell’arte quando c’è stato l’accorpamento con le Soprintendenze ai monumenti. I timori sono sempre gli stessi: si perdono le specificità, si disperdono competenze, si sottomette l’archeologia ad altri interesse e così via, e si delineano scenari apocalittici. Questo modello – le Soprintendenze uniche-, che ho sostenuto da sempre, è in vigore in Sicilia da alcuni decenni. Se in Sicilia permangono problemi, sia nell’ambito della tutela che nell’ambito della valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, la causa non è certo del modello delle Soprintendenze. Non è questa la sede per esaminare le problematiche siciliane. Ma se si interpellano i Soprintendenti siciliani confermeranno questa valutazione. E allora dobbiamo domandarci se i timori sono giustificati oppure no. Prima però soffermiamoci sinteticamente su un punto. Dopo averle provate tutte nelle precedenti legislature, senza successo, Franceschini ha inteso “riportare” le Soprintendenze al ruolo di enti di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, sottraendo loro le funzioni nell’ambito della valorizzazione e gestione dei musei. E’ apparso infatti a tutti che non avevano competenze, professionalità e risorse umane adeguate per fare bene sia la tutela che la valorizzazione. Ha aperto quindi una nuova stagione in cui i rapporti fra Soprintendenze e musei andranno costruiti su basi nuove, lavorando molto di più sulla ricerca, sull’innovazione, sullo studio, per preservare il patrimonio e renderlo fruibile per un pubblico destinato a crescere ancora nei prossimi anni. Musei e Soprintendenze dovranno alimentarsi reciprocamente con attività per troppo tempo abbandonate o messe da parte. Una sfida di non poco conto che avrà bisogno della leale collaborazione fra tutti i soggetti interessati ma che dovrà poter contare, per essere vinta, su una iniezione di personale giovane e qualificato in grado di poter utilizzare agevolmente le proprie competenze con l’uso delle tecnologie. C’è infine il tema dei piccoli musei, o comunque dei luoghi della cultura poco frequentati, oggi senza una collocazione precisa nel disegno riformatore del Ministro. In questo caso bisogna rompere qualche tabù. Innanzitutto domandarsi se dovranno essere sempre aperti, se dovranno essere gestiti dal sistema pubblico (Stato o Comuni) ovvero se potranno generare nuovi modelli di gestione pubblico-privato no profit o se potranno avvalersi delle risorse umane che volontariamente prestano il proprio tempo al servizio delle proprie comunità. In quest’ultimo caso dovremo finalmente abbandonare i nostri pregiudizi sul volontariato, come purtroppo è ancora avvenuto recentemente con il bando rivolto ai giovani interessati al servizio civile, e provare a verificare molto laicamente dove al volontariato non c’è alcuna alternativa credibile e sostenibile.

La prudenza, in caso di riforme così complesse e radicali, è una virtù che è giusto esercitare. Ma è cosa diversa dai timori che nascono da interessi a volte corporativi o dalla paura del cambiamento. Si può capire ma non giustificare.

Italia 2019: seconda puntata

L’art. 7, comma 3-quater, del decreto-legge n. 83 del 2014, prevede che il Programma Italia 2019 venga approvato entro 60 giorni dalla approvazione della legge, senza indicare come si perviene alla selezione dei progetti e alle fonti di finanziamento che daranno corpo al Programma. Presto si pensa di correre ai ripari e si cercano le soluzioni possibili. Appare chiaro che le integrazioni alla norma potranno essere fatte solo con un atto legislativo e non con decreti e regolamenti. La ragione per cui sono passati più di 18 mesi dall’approvazione del Programma Italia 2019 sta proprio in questa difficoltà. Non mi soffermo né sulle ragioni per cui il Parlamento ha approvato un testo che rendeva impossibile l’applicazione della legge né sui ripetuti e complicati tentativi di trovare un rimedio. E’ storia passata ormai. Piuttosto vale la pena soffermarsi sulla fase che si apre con l’approvazione delle modifiche all’art. 7, comma 3-quater. Innanzitutto vediamo quali sono i punti fermi. Il Programma Italia 2019 comprenderà i progetti contenuti nei dossier di candidatura presentati dalle 18 città che si sono candidate a Capitale Europea della Cultura 2019, sulla base di criteri di priorità condivisi fra Stato, Regioni e Comuni interessati. L’obiettivo è “favorire progetti, iniziative e attività di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale materiale e immateriale italiano,…promuovendo la crescita del turismo e dei relativi investimenti” e sono esclusi eventi, mostre, manifestazioni e così via. Possiamo ritenere che per raggiungere un obiettivo così ambizioso si dovrà fare riferimento anche ai progetti di rigenerazione urbana che, in molti casi, sono direttamente connessi con l’obiettivo prioritario indicato dal legislatore. Analogo ragionamento possiamo farlo per i progetti connessi con l’ammodernamento del sistema di accoglienza turistica delle città, declinati secondo le caratteristiche e gli obiettivi che le città hanno disegnato nei propri dossier di candidatura in vista della possibile attribuzione del titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Un altro punto fermo è rappresentato dalla indicazione circa le modalità attraverso le quali i soggetti pubblici dovranno pervenire alla identificazione dei progetti, alla individuazione delle fonti di finanziamento (facendo ricorso anche alla programmazione 2014/2020) e infine alla sottoscrizione di un accordo impegnativo per le parti. Gli accordi, “di cui all’articolo 2, comma 203, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni”, a cui si fa riferimento sono gli accordi di programma, strumento ampiamente sperimentato, con esiti alterni, nel corso di questi anni. Infine è previsto che sia un decreto del Mibact a promulgare l’elenco degli accordi sottoscritti, sentita la Conferenza delle Regioni. Per concludere vediamo di capire quali potrebbero essere alcune delle criticità da affrontare. Il Programma Italia 2019 viene proposto e approvato in una fase in cui le Regioni erano in procinto di definire i propri Programmi Operativi Regionali (POR) in relazione con la programmazione 2014/2020. Oggi i POR sono stati quasi tutti approvati e alcune Regioni hanno promulgato i primi bandi di evidenzia pubblica anche nell’ambito del patrimonio culturale. Questo potrebbe essere un primo ostacolo da superare perché rende più complesso individuare risorse e procedure da destinare al Programma. Senza considerare una certa ritrosia delle Regioni a concertare con Stato e Comuni le risorse loro attribuite. Un analogo problema esiste per il Mibact, almeno con riferimento al Mezzogiorno. Oggi il PON Cultura è stato approvato con la individuazione degli interventi previsti da qui al 2020, senza alcun riferimento ai progetti previsti nei dossier di candidatura. Per il resto del Paese potrebbe esserci qualche margine di manovra in più, viste le risorse assegnate al Mibact con la Legge di stabilità 2016. Abbiamo già scritto che non tutti i dossier di candidatura hanno un livello qualitativo adeguato. Sono pochi ma ci sono. E allora bisogna capire come si aiutano quelle città che, a suo tempo, hanno “buttato il cuore oltre l’ostacolo” senza un adeguato apparato progettuale. Il Programma riguarda 18 città e ben 16 regioni. Bisogna lavorare perché ci siano accordi di programma con tutti. Ma dobbiamo sapere cosa fare nel caso non si riuscisse a stipulare accordi per tutti. Infine c’è una delicata questione: chi detta l’agenda? A norma di legge il coordinamento è in capo al Mibact. Un Ministero che ha poca esperienza in questo ambito e, soprattutto, poco personale con competenze professionali adeguate allo scopo. Credo che i dirigenti ministeriali ne siano pienamente consapevoli. Mettere mano a questo problema è necessario, indispensabile e soprattutto, urgente. Ci sarà una terza puntata. Quando il quadro sarà definito. E sarà presto.

Italia 2019: una storia a puntate

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 22 del 28 gennaio il decreto legislativo 22 gennaio 2016, n. 10, recante Modifica e abrogazione di disposizioni di legge che prevedono l’adozione di provvedimenti non legislativi di attuazione, a norma dell’articolo 21 della legge 7 agosto 2015 n. 124, il cui art. 1, comma 11 e recante la modifica della norma sul Programma Italia 2019 (modifica l’art. 7, comma 3-quater, del decreto-legge n. 83 del 2014). Questa informazione mi è stata chiesta da più parti ed è opportuno renderla pubblica per coloro che sono interessati al Programma Italia 2019. Vediamo di ricostruire tutto il quadro. Le città di Aosta, Bergamo, Mantova, Venezia, Ravenna, Urbino, Pisa, Siena, Perugia con Assisi, L’Aquila, Caserta, Lecce, Taranto, Matera, Reggio Calabria, Palermo, Siracusa e Cagliari hanno partecipato alla competizione per aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Il 17 ottobre del 2014 il titolo è stato assegnato a Matera scelta fra 6 città finaliste: Ravenna, Siena, Perugia, Lecce e Cagliari. Ad assegnare il titolo è stata una Commissione di 13 membri (di cui 6 italiani) presieduta da Steve Green. Durante la fase di preparazione dei dossier di candidatura le città hanno stretto un patto per cui si impegnavano a costruire un palinsesto per il 2019 che chiamarono Italia 2019, per testimoniare che la competizione poggiava su basi collaborative e sul reciproco riconoscimento dell’impegno e del lavoro che ciascuno stava svolgendo. Questo patto fu riportato nella gran parte dei dossier e fu giudicato molto positivamente dalla Commissione. Qualche città, con il sostegno dell’Associazione delle Città d’Arte e Cultura (CIDAC), è andata oltre dando ulteriore senso e spessore al Programma Italia 2019. Ciò che infatti è emerso da subito è che i dossier di candidatura rappresentavano un portafoglio di progetti, molti dei quali esecutivi cantierabili, capaci di trasformare porzioni significative di città e di ridare nuovo senso e visione al patrimonio culturale. Se ne è accorto anche il Presidente Steve Green che ha pubblicamente elogiato le città candidate, riconosciuto al Programma Italia 2019 un carattere esemplare fino al punto da impegnarsi a segnalarlo alla Commissione Ue, incoraggiato una sua concreta attuazione. Per l’Italia un riconoscimento straordinario in un momento di grande difficoltà nei rapporti con l’Europa. Nasce così l’idea di proporre al Governo e al Parlamento di condividere questa proposta, di adottarla legislativamente e di sostenerla sul piano finanziario selezionando i progetti di carattere strategico per le singole città, verificandone la fattibilità e sostenendoli con risorse pubbliche (comprese quelle della programmazione 2014/2020) e private, attraverso veri e propri accordi di programma fra Stato, Regioni e Città interessate. Comincia quindi nella seconda metà del 2013 (un anno prima della proclamazione di Matera) una lunga marcia attraverso le Aule Parlamentari e gli incontri con i rappresentanti del Governo insieme ad oltre 100 fra Senatori e Deputati con cui sono stati presentati ordini del giorno, mozioni (sempre approvati da Governo e Parlamento) che hanno preparato il terreno che ci ha portato a maggio 2014 (sempre prima della proclamazione di Matera) alla approvazione della legge 83/2014 (più nota come la legge Art bonus) che con l’art. 7 comma 3-quater prevede l’adozione del Programma Italia 2019.
(continua)

A proposito dei dati ISTAT

La pubblicazione dei dati ISTAT relativi ai consumi culturali dell’Italia nel 2015 ha generato molti commenti e altrettante valutazioni. Molti commentatori si accorgano di questi problemi all’incirca una volta l’anno, quando cioè vengono pubblicati i dati ufficiali. In realtà, almeno fra “gli addetti ai lavori”, questi dati sono noti e circolano grazie agli studi svolti da strutture di ricerca privati e dalle Università. Ma soffermiamoci sulle ricette che a piene mani sono state suggerite in questi giorni per uscire dagli ultimi posti in cui siamo collocati in Europa. Innanzitutto c’è stata una convergenza nell’individuare, allo stesso tempo, un capro espiatorio e un risolutore del problema: la scuola. C’è una abitudine diffusa: attribuire alla scuola ogni possibile responsabilità pressoché su tutto. In questo caso si è scritto che la scuola non incentiva i consumi culturali, non insegna la storia dell’arte e così via. Allo stesso tempo però è stata indicata la scuola come il veicolo attraverso il quale incrementare i consumi culturali, formare i giovani allo studio dell’arte, alla passione per il teatro, la musica e così via, solo se cominciasse a “fare la scuola”. Mi domando quanti di costoro, negli ultimi anni, hanno varcato la soglia di un istituto scolastico, hanno parlato con studenti e docenti, hanno seguito le trasformazioni che, seppur fra mille difficoltà e non sempre in forma omogenea fra Nord e Sud del Paese, hanno attraversato la scuola. Ci sono purtroppo ancora sacche di resistenza ma i cambiamenti hanno riguardato i centri minori come le grandi aree metropolitane. L’altro grande imputato chiamato in causa è stata la televisione e, per certi versi, internet. In questo caso l’accusa è rivolta al mezzo televisivo che “trattiene” a casa gli utenti e non incentiva a uscire di casa per recarsi nei musei, nei teatri, negli spazi culturali. I giudizi sommari non colgono mai l’essenza dei problemi. C’è televisione e televisione. Inoltre come non tener conto che questo mezzo diffonde spettacoli ma anche cinema, musica, informazione e così via. Anche questi sono consumi culturali, pur non contemplando il pagamento di un biglietto (al netto del canone RAI) e la frequentazione di un luogo pubblico. Internet poi (o i social) sono diventati una delle cause che consente, ad esempio, di fruire di mostre o spettacoli, di nuovo senza uscire di casa, e gratuitamente. Quindi una volta segnaliamo che c’è ancora una parte rilevante della popolazione che non ha accesso o non usa internet, e la volta dopo denunciamo un uso spropositato di internet e dei social. Infine il dito puntato (almeno fra le righe) verso il benedetto Sud e gli anziani. C’è mancato poco che si rifacesse il verso a Franceschini per aver tolto la gratuità agli ultra sessantacinquenni. Solo alcuni hanno avuto la bontà di segnalare che la struttura dell’offerta nel mezzogiorno è più debole, più carente rispetto al centro-nord. Persino distribuita sul territorio in modo meno omogeneo del resto del Paese. Basti pensare alla concentrazione dei musei solo in alcune aree e città o alla scarsità di teatri, alla mancanza di sale cinematografiche e alla crisi che ha colpito, qui più che altrove, le biblioteche e le librerie. Magari considerare anche la diversità dei redditi famigliari avrebbe aiutato a capire meglio le ragioni di alcuni dati. Vorrei aggiungere qualche altra considerazione. Innanzitutto, in generale, i consumi culturali comunque crescono, i dati sugli afflussi nei musei sono più che incoraggianti, si moltiplicano le scuole di danza, di musica e di teatro, in qualche caso anche nei centri minori e medi non capoluoghi di provincia, pur in presenza di una crisi economica e di una contrazione della spesa pubblica nel settore culturale che si è prolungata per anni. La recente inversione di tendenza, per altro, al momento riguarda la spesa statale mentre a livello comunale le difficoltà sono ancora molte. Eppure in questo contesto si potrebbero citare molte decine di esempi virtuosi dove, anche grazie alla iniziativa dei cittadini, si sono rianimati spazi culturali, organizzati eventi e manifestazioni, valorizzando le risorse locali. Infine si può fare riferimento ad una questione, per così dire, di fondo. So bene che nel dibattito la questione è controversa e le opinioni divergono. Tuttavia è opinione prevalente che è l’offerta a generare la domanda. Vorrei fare un semplice esempio. Se a Civitavecchia non c’è una stagione lirica, è evidente che non ci possono essere spettatori appassionati di musica lirica ma solo amanti della musica lirica che potranno soddisfare i loro interessi secondo le più diverse modalità. Ad esempio organizzando un pullman per assistere ad uno spettacolo al Teatro dell’Opera di Roma. Non saranno tutti gli appassionati di musica lirica ma solo una parte, magari quelli che hanno una maggiore capacità di spesa determinata dal loro livello di reddito. Ma se al Teatro dell’Opera di Roma si organizzerà uno spettacolo di carattere straordinario, con un cast di artisti di livello internazionale e così via, è probabile che i pullman da Civitavecchia diventino due. Ovvero se il Teatro dell’Opera andrà a Civitavecchia e la sua Orchestra metterà in scena un’opera lirica, è probabile che ci sarà la fila al botteghino. Cosa voglio dire: esiste una “domanda potenziale” di consumi culturali che si trasformerà in domanda effettiva solo se ci sarà una offerta che incontra le esigenze, i desideri, la curiosità di una fascia di pubblico che altrimenti esprimerà un bisogno ma non avrà stimoli sufficienti per cercare di soddisfarli. Quando quindi si fanno valutazioni sugli italiani, la loro pigrizia, il loro disinteresse per la cultura si dovrebbe rifuggire dalla facile tentazione di incolpare esclusivamente i cittadini e domandarsi anche se l’organizzazione dell’offerta culturale è costruita sui bisogni, sugli interessi dei consumatori o solo dei gestori. Insomma un po’ di sana autocritica non guasterebbe e qualche cambiamento forse renderebbe possibile portare anche solo un cittadino in più (meglio se anziano e meridionale…) in un teatro o in un museo e, persino, in una biblioteca riscaldata quanto il circolo dei bocciofili.

Quando l’UNESCO…

Nonostante l’Italia abbia il primato dei siti iscritti nel Patrimonio dell’Umanità a cura dell’UNESCO, ci sono città, territori e manifestazioni di cultura immateriale che si propongono per ottenere l’ambito riconoscimento. Di recente Lecce e il Salento hanno deciso di intraprendere questo cammino. Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad una città ed a un territorio che presenta quei caratteri di “unicità” che sono indispensabili per la candidatura prima e il riconoscimento dopo. Ma se il barocco leccese, di straordinario valore, non ha tutti i caratteri richiesti dall’UNESCO, non così è per il paesaggio rurale (oggi fortemente insidiato dall’attacco della xilella agli ulivi) e per la musica popolare che ha generato il fenomeno della “pizzica”, diventata un vero e proprio brand internazionale del Salento. Quindi ci sono le premesse per provarci. Ma a quale condizione. Nella nostra esperienza professionale ci siamo più volte occupati di siti UNESCO. Abbiamo elaborato il Piano di gestione (strumento decisivo per la procedura di riconoscimento) del Val di Noto, siamo stati partecipi della candidatura dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte e della Città di Verona. Che cosa possiamo accennare in proposito. Innanzitutto è necessario che tutto il processo di candidatura e la costruzione del Piano di gestione siano il frutto di una progettazione collettiva, partecipata. Non basta coinvolgere i Consigli Comunali, le Soprintendenze, le Organizzazioni imprenditoriali e persino le Università. Occorre una partecipazione più larga con una metodologia strutturata e verificata. E’ altresì necessario che tutte le politiche pubbliche siano da subito orientate in modo inequivocabile in coerenza con le indicazioni dell’UNESCO. Infine è necessario che, ottenuto il riconoscimento, non ci si culli sugli allori. Nel nostro Paese non c’è ancora una chiara politica di sostegno e promozione dei siti UNESCO e le risorse a disposizione sono limitate. Ma questo non può giustificare il progressivo abbandono di politiche coerenti con gli impegni assunti in sede UNESCO. Purtroppo, al di là dei richiami che periodicamente sono giunti ad alcuni siti per via di politiche di sostanziale degrado o di abbandono di luoghi, centri storici, beni culturali, è dall’osservazione quotidiana che emerge un quadro non del tutto rassicurante. Manca un organo vero di coordinamento (al di là del pur lodevole lavoro dell’Associazione dei Siti UNESCO o della Commissione UNESCO Italia) così come non esiste un’attività di monitoraggio delle politiche pubbliche in grado di evidenziare carenze e abbandoni. Contraddizioni queste che finiscono per indebolire il prestigio dell’Italia e la sua affidabilità in sede UNESCO. Ecco perché la candidatura di un territorio deve essere una occasione per riorganizzare la città, ridefinire gli usi degli spazi pubblici, riconsiderare le politiche di sviluppo e così via. In questo modo, anche se l’esito del riconoscimento sarà negativo, la città avrà comunque costruito e sedimentato il proprio futuro.

P.S: grazie a tutti per l’incoraggiamento…. Presto cercheremo di migliorare ulteriormente questo blog!

È fatta!

È fatta. Ho finito di resistere. Accolgo il suggerimento di Caterina, Fabio, Marianna, Ludovico e tanti altri amici che, da tempo, mi hanno invitato ad aprire un blog. Confesso che sono un po’ preoccupato. In fondo gestire una pagina di Facebook è già  impegnativo! Anche un blog… Abbiamo trovato una mediazione quando mi hanno spiegato che scrivendo sul blog, in automatico, avrei potuto pubblicare anche su Facebook.

Userò questa pagina per condividere idee, progetti, esperienze, per approfondire e sviluppare i temi di cui mi sono occupato in questi anni, per avere uno spazio di confronto e discussione con quanti considerano necessario un cambiamento vero delle politiche culturali, con i tanti instancabili promotori di innovazioni piccole o grandi che coltivano i propri sogni, i propri desideri senza dimenticare il bene collettivo, la crescita delle comunità . E così costruiscono buon futuro. In punta di piedi. Perché stiamo attraversando cambiamenti profondi e navighiamo a vista.