Turisti culturali Cittadini Temporanei

Ci sono pochi temi che tornano ripetutamente tutte le volte che si affronta la questione relativa allo sviluppo possibile del nostro Paese. Uno di questi è sicuramente il turismo. Si è arrivati persino a sostenere che “l’Italia potrebbe vivere di solo turismo”. Non manca una lunga e complessa letteratura sul tema e ciò che appare una convinzione diffusa è, allo stesso tempo, al centro di un dibattito molto sostenuto. Per semplificare potremmo dire che gli schieramenti sono divisi sostanzialmente in due: da una parte coloro che immaginano un Paese dove ogni politica è orientata a sostenere, incoraggiare l’afflusso di viaggiatori, a prescindere; dall’altra coloro che temono “invasioni”, soprattutto rispetto a quelle città e a quei luoghi che presentano fragilità determinate dal patrimonio culturale e ambientale particolarmente a rischio per eccesso di pressioni antropiche
(“sovraturismo”). A questo dualismo se ne aggiunge un altro, speculare al primo. Secondo i primi, solo una gestione delle politiche turistiche affidata allo Stato può garantire una organizzazione unitaria della promozione, dell’offerta, degli investimenti necessari. I secondi invece, da una parte reclamano l’autogoverno delle città in modo da garantire il governo dei
flussi, dall’altra però temono che gli interessi locali e le pressioni degli operatori finiscano per generare politiche di segno opposto. Ci sono poi posizioni, per dir così, trasversali, nel senso che auspicano di mantenere in capo allo Stato centrale alcune funzioni (le strategie generali, la promozione ecc) ed altre affidate alle Regioni e ai Comuni. Che il tema sia controverso lo dimostra anche l’attenzione dedicata dal legislatore che ne ha fatto materia, fra le altre, di riforme costituzionali. Quelle più recenti non sono passate al vaglio del voto popolare e quindi è rimasta in vigore la norma dell’art. 117 della Carta Costituzionale che assegna alle Regioni potestà esclusiva in materia di turismo. Il travaglio sul tema è evidenziato anche dalle scelte ondivaghe che i vari Governi hanno adottato nel tempo. Ci sono stati governi che hanno istituito il Ministero del Turismo, altri che hanno affidato le competenze ad un Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio, sino agli ultimi due Governi che hanno proceduto ad accorpamenti con altri Ministeri. Ognuna di queste scelte rispondeva a una idea del turismo e in alcuni casi ne immaginava un possibile sviluppo in relazione con altri settori economici. Ad esempio con i Governi Renzi e Gentiloni, si è scommesso su una politica integrata fra valorizzazione del patrimonio culturale e turismo mentre l’attuale Governo (che in un primo tempo aveva ventilato l’ipotesi di ripristinare il Ministero del Turismo) prevede che la promozione turistica debba viaggiare in parallelo con quella dell’enogastronomia, dei prodotti tipici dell’agricoltura. Nell’uno come nell’altro caso, non sono mancate critiche e perplessità evidenziate in modo trasversale da soggetti pubblici e privati in ragione di una tesi di fondo: le forme di turismo sono molteplici (da quello culturale a quello balneare, da quello di montagna a quello enogastronomico, da quello congressuale a quello religioso, da quello naturalistico a quello lacustre e così via) e hanno quindi bisogno di una politica unitaria. Il turismo è un settore molto importante dell’economia italiana: secondo le stime del World Travel and Tourism Council rappresenta il 9,4% del PIL (Prodotto Interno Lordo) e occupa circa 2,5 milioni di persone. Nel 2017 circa 60 milioni di turisti internazionali hanno visitato il nostro Paese e il dato è in continua crescita. L’Italia è il 5° paese più visitato al mondo. In questo contesto le attrattive storico-culturali risultano essere il primo fattore del flusso turistico proveniente dall’estero. Non solo nelle città, ma anche nei piccoli centri urbani sparsi in tutto il territorio nazionale. L’Organizzazione mondiale del turismo (WTO) dà due definizioni del turismo culturale. Una più ristretta, che indica gli spostamenti per motivazioni essenzialmente culturali: come viaggi di studio, o per partecipare a manifestazioni artistiche ed eventi culturali, per visite a siti e monumenti. L’altra, più ampia, include tutti i viaggi che “soddisfino il bisogno umano di diversità, tendente ad innalzare il livello culturale degli individui ed aumentare la conoscenza, l’esperienza e gli incontri”. Ad attirare il popolo dei turisti culturali non c’è solo quindi un interesse specifico per la visita di monumenti, chiese, musei e siti storici e archeologici, ma anche una motivazione più ampia che spinge a cercare di vivere il fascino della città e dei luoghi d’arte. Dunque non solo opere d’arte e complessi architettonici, ma anche tradizioni, enogastronomia, artigianato e quell’insieme di elementi socio-culturali che caratterizzano uno specifico luogo. Per questo molti sostengono che il turista motivato da interessi culturali cerca di fare del proprio viaggio una esperienza (turismo esperienziale). Gli studi più recenti hanno cercato di individuare i “comportamenti” di questo importante segmento turistico. Le principali caratteristiche sono: maggior reddito disponibile e maggiore capacità di spesa; maggiore livello d’istruzione; interesse per eventi e iniziative legate ai temi del territorio; particolare propensione allo shopping. Secondo i dati 2017 del Centro studi turistici, le città d’arte hanno registrato 44
milioni di visitatori con 115 milioni di presenze. E le previsioni danno il dato in crescita per i prossimi anni.
Il turismo culturale rappresenta ormai da tempo un aspetto consolidato del turismo in Italia: basti pensare che il 36,6% della spesa complessiva sostenuta dai turisti stranieri in Italia riguarda vacanze culturali (12,5 mln di €) e che i turisti stranieri che viaggiano per motivi culturali spendono mediamente ogni giorno il 25% in più degli altri. L’interesse per il patrimonio culturale è testimoniato dalla costante crescita del flusso di visitatori nei musei e nelle aree archeologiche. La riforma del sistema museale, con l’autonomia assegnata a 40 musei e aree archeologiche più importanti, ha dato un notevole contributo allo sviluppo della domanda. Nel 2017 sono stati superati i 50 milioni. Ma il dato più interessante è che la crescita non riguarda più solo le tradizionali mete rappresentate da città d’arte come Roma, Venezia, Firenze, Napoli, Milano ma anche Verona, Padova e Bologna che fra il 2010 e il 2017 sono cresciute con una media superiore al 50%. Il fenomeno si è esteso agli oltre 5.500 borghi italiani che, sempre nel 2017, hanno registrato 22
milioni di arrivi e 95 milioni di presenze con una spesa turistica di circa 8,2 miliardi, di cui più del 50% dovuta a turisti stranieri. Fra il 2010 e il 2017 le presenze turistiche straniere nei borghi sono cresciute del 30,3%. Solo qualche anno fa questi dati erano impensabili. Testimoniano un cambiamento negli orientamenti dei viaggiatori alla ricerca di luoghi meno affollati, poco conosciuti, con un livello della qualità della vita e dell’accoglienza che garantisce quel turismo esperienziale che si va diffondendo soprattutto fra i viaggiatori stranieri. La performance di una città come Matera, che in 7 anni vede le presenze crescere del 176%, è una conferma di una linea di tendenza sempre più diffusa. Proprio la Capitale Europea della Cultura 2019 ha coniato per il turista una nuova definizione: quella di “cittadino temporaneo”, non un semplice visitatore ma un partecipante attivo alla vita cittadina nei giorni in cui è ospite della città. E con questo approccio che va ripensata la politica dell’accoglienza nelle nostre città. Chi arriva deve trovare una comunità viva, che vive bene. In una città dove gli abitanti hanno un’offerta culturale armonica, innovativa, di qualità, anche i “cittadini temporanei” troveranno il modo per vivere una esperienza unica. Non c’è quindi una politica per gli abitanti e una per i visitatori. Ed è con questa impronta che sono cresciute città come Mantova, Padova, Verona e persino centri minori. Sono quindi le comunità locali i principali protagonisti di una nuova politica per il turismo. Ma le Amministrazioni locali non possono essere lasciate sole. Il ruolo delle Regioni, in questo senso, è particolarmente importante. Il metodo è la concertazione, la co-progettazione, con obiettivi condivisi e risorse finalizzate. È il solo modo per accompagnare i territori a crescere, valorizzandone le specificità, senza mortificare l’autonomia e la capacità di autogoverno. La straordinaria unicità del nostro Paese si riflette infatti in ambito regionale. Anche a questa scala è possibile ritrovare i “turismi” che si declinano in territori ben individuati. Le città dotate di un patrimonio culturale particolarmente significativo possono essere traino di territori più vasti, integrando l’offerta e moltiplicando le opportunità. Per questo l’Associazione delle Città d’Arte e Cultura da tempo sostiene la necessità di articolare il sistema dell’offerta ad una scala territoriale, costruendo piattaforme di sviluppo con il concorso degli imprenditori, delle associazioni, degli operatori culturali. Serve tornare a costruire “sistemi turistici locali”, con una pianificazione strategica da collocare all’interno del Piano Strategico del Turismo 2017-2022. I “turismi”, infatti, sono sistemi complessi che attraversano molti settori (dall’ambito produttivo ai servizi) e richiedono politiche convergenti. In un tempo in cui si prevedono incrementi sempre più consistenti di viaggiatori in tutto il mondo, la competizione si fa più difficile ed ardua. Per questo servono politiche di lungo respiro, capaci di farsi guidare da visioni lungimiranti. Non è più tempo di improvvisazioni. Le Città d’Arte ne sono consapevoli.

Pubblicato su Passaggi L’Umbria nel futuro II 2018
Morlacchi Editore Perugia

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Infrastrutture di relazione: l’ostinazione di costruire ponti (pubblicato su cheFare il 12 ottobre)

Se avesse senso un po’ di ironia in una triste vicenda, si potrebbe dire che questo è un tempo in cui “i ponti non se la passano bene”. Prima delle drammatiche vicende di Genova, nel discorso pubblico si faceva spesso riferimento ai “ponti”. Una metafora che segnalava una idea di società accogliente, aperta, dialogante, rispettosa delle diversità, quasi una società in grado di assicurare la felicità di tutti. Poi il crollo del ponte di Morandi ha cambiato il senso, il valore, il significato del termine. Ciò che si considerava una metafora utile per indicare la qualità delle relazioni umane, all’improvviso, nella realtà, ha preso le sembianze della morte, della distruzione materiale e anche immateriale.

Ma la “crisi del ponte”, i suoi scricchiolii erano già stati segnalati nel tempo che ha preceduto il crollo di Genova. Gli attentati terroristici con decine di morti innocenti hanno messo in crisi un’idea di società aperta, multirazziale ed hanno evidenziato il limite delle politiche pubbliche sull’integrazione, sull’esercizio dei diritti di cittadinanza, in paesi spesso segnalati come un buon esempio di politiche di inclusione.

I “ponti” aperti fra cittadini residenti e migranti non sono parsi solidi fino al punto da fare da argine all’odio terroristico. In Italia la “crisi del ponte” è apparsa più evidente nel momento in cui si sono manifestati i primi conflitti ai margini delle città e persino nei piccoli centri. La lotta per l’assegnazione delle case popolari fra cittadini italiani ed emigrati con cittadinanza italiana in alcune periferie di grandi città, le rivolte contro la presenza sulle strade di donne immigrate dedite alla prostituzione, la diffusione di azioni malavitose e di spaccio di droghe ad opera di gang di immigrati, qualche caso delittuoso ad opera di qualche immigrato con relativa vendetta, alcune iniziative sgangherate ad opera di amministratori locali di piccoli e medi centri che hanno emanato direttive pensando di poter limitare la libera circolazione di immigrati nelle vie urbane, sono stati alcuni dei primi segnali di “scricchiolii”, enfatizzati dalla stampa, dai media e dai social che hanno assunto una funzione decisiva fino al punto di costruire ad arte false notizie.

Se poi volgiamo lo sguardo verso le politiche adottate per contenere o controllare gli sbarchi in Sicilia, il quadro si fa ancora più chiaro. Siamo passati da una fase in cui sembrava prevalere una politica di accoglienza, nel disinteresse sostanziale dell’Europa, sostenuta dalla generosità delle popolazioni locali, con uno slancio emotivo di fronte alle migliaia di persone morte nel Mediterraneo, ad una fase in cui si è introdotto un tentativo di controllo degli sbarchi fino ad arrivare al caso della nave Diciotti e alla messa in mora delle ONG, considerate alleati degli “scafisti” e mercenari del mare.

Insomma chi fino a qualche tempo fa veniva ammirato, lodato, ringraziato per essere “costruttore di ponti”, nel giro di poco tempo è stato additato come un nemico del nostro Paese, un alleato di presunte forze straniere interessate a “islamizzare” l’Italia, “servo sciocco” di chi pensava di governare con il consenso elettorale dei migranti. I fenomeni di vero e proprio razzismo registrati in molte parti d’Italia sono stati la più logica delle conseguenze di un clima profondamente e sostanzialmente mutato. E come se non bastasse, “il movimento avverso ai ponti” ha allargato la sua base e ora viaggia su un’onda di consenso crescente. A questo punto si dovrebbe fare una analisi puntuale delle ragioni che ci hanno portato fin qui, dovrebbero essere individuati i “colpevoli”, “chi ha sbagliato e quando”, citare ovviamente il deficit di politica dell’Europa e così via. Si è detto e scritto tanto in proposito e ciascuno può fare riferimento a chi è parso più convincente. Non mi attarderò su questo versante.

Proverò a fare qualche riflessione sulle ragioni che ci inducono a considerare necessario preservare una ostinazione nel “costruire ponti”. Questo è il tempo, si dice, dello “spaesamento”, del “presentismo”, di un nuovo individualismo, della crisi acuta del sistema di rappresentanza, della democrazia rappresentativa, di un diffuso sentimento di fragilità, vulnerabilità. Non ci sono quindi solo elementi di disagio materiale, povertà crescente, disoccupazione soprattutto giovanile. Ad essi si accompagnano sentimenti, stati d’animo che generano rinserramento, chiusura, nel tentativo di preservare qualcosa che si ritiene si possa perdere. Alla comunità si contrappone la tribù. La tribù rassicura e risponde al vuoto di relazioni. E la società prende una forma sempre più verticale. Ma l’identificazione verticale non corrisponde ad una rete umana, associativa, comunitaria. Piuttosto c’è l’io e un vertice che mi garantisce…

A pagarne le conseguenze è la partecipazione pubblica, l’interesse per il bene comune, la ricerca di un futuro condiviso. Viene da chiedersi se l’idea stessa di comunità non sia considerata qualcosa di remoto, di altre età, frutto di nostalgia o utopia.Non so quando durerà questa fase. Probabilmente siamo di fronte ad una discontinuità che mette in discussione il continuiamo che ha contrassegnato, salvo brevi periodi, gli ultimi 60 anni della nostra Repubblica. In un simile scenario non possiamo aspettarci inversioni di tendenza nel breve. Bisogna lavorare sul medio-lungo periodo, sottraendoci alla cronaca, al presentismo imperante. Se c’è un granello di verità in questo ragionamento, lo spazio che possiamo presidiare e coltivare sta nel “micro”. Sembrerà una scelta riduttiva ma forse non lo è. Pensare che tutto si possa ricondurre ad uno scontro tra “civiltà” e “inciviltà”, come se in gioco ci fosse una disputa di carattere antropologico, non solo rafforza l’idea di un paese organizzato per tribù ma soprattutto rischia di collocarci su piedistalli più o meno fragili dai quali emettere giudizi generici e senza appello. Alla disillusione crescente possiamo contrapporre una ripresa dei processi di partecipazione.

Riscoprire il valore delle relazioni, a partire dalla valorizzazione delle singole persone (Otto Scharmer). Se rabbia e spaesamento non trovano canali virtuosi attraverso cui i cittadini possono riscoprire il senso civico, le virtù civiche, vedersi riconosciuto un ruolo nel determinare le scelte fondamentali per la vita della propria comunità, allora continueranno a rinserrarsi. E siccome non si parte da zero si potrebbe cominciare a sviluppare le tante esperienze diffuse nel Paese per fare della democrazia partecipativa il terreno su cui “ricostruire ponti”. Il processo partecipativo ha bisogno di regole, di competenze, di trasparenza, di umiltà.

È uno strumento che consente di superare la frammentazione, la segmentazione, gli interessi contrapposti che attraversano la società civile. Se ben condotto e perseguito nel tempo, selezionando i temi fondamentali per la vita dei cittadini, il processo di partecipazione può generare comunità attive, dinamiche, coese, inclusive e migliorare la qualità della democrazia. C’è una dimensione comunitaria da coltivare e far crescere, che non può essere solo un’eredità del passato da conservare, ma qualcosa da reinventare. E c’è un altro passaggio che dobbiamo attraversare. I “mondi vitali”, che pure abitano molte comunità, devono provare a inoltrarsi in mare aperto, uscire dal rischio dell’autoreferenzialità, provare a costruire ponti fra di loro, andando oltre la frammentazione, gli interessi particolari, la difesa del proprio orticello. Non basta una pur coraggiosa testimonianza.

Serve che questi soggetti diventino sempre più proattivi, escano dal guscio, si facciano a loro volta, “costruttori di ponti”, lontano dalle logiche della competizione distruttiva. Coraggio, umiltà e generosità. Il rinserramento è una malattia contagiosa che non si ferma sull’uscio di una associazione, una cooperativa, una impresa sociale. Il rischio “tribù” è dietro l’angolo per tutti. Non si tratta di applicare formule, di generare modelli da esportare, non ci sono ricette buone per ogni situazione o bugiardini da consultare per trovare le modalità d’uso.

Per “costruire ponti” bisogna mettersi in cammino e lungo la strada adottare la strategia dell’ascolto, raccogliere gli strumenti necessari, prepararsi alla sconfitta, alla delusione, consolidare ogni piccolo passo fatto in avanti e trovare capacità di resilienza nei momenti più difficili. La dimensione comunitaria è un sogno, un amore, un legame, un tessuto di reciprocità, un modello oppure un modo di vivere con gli altri. Non è semplice, non è facile e mi domando se siamo pronti, se abbiamo energie e forze sufficienti per navigare controcorrente. Confido che sia possibile. L’intellettuale ebreo Buber suggerisce: “Fare il possibile e desiderare l’impossibile”. Proprio come quelli che coltivano la terra. Questo è il tempo e dovremmo affrontarlo senza rinunciare ad un sorriso.

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E’ “EMERGENZA CULTURA”?

Davvero esiste nel nostro Paese una “emergenza cultura”? Un gruppo di intellettuali, studiosi, ricercatori, sostenuti da alcune organizzazioni sindacali e partiti politici di opposizione, rispondono affermativamente e per questo hanno promosso recentemente una manifestazione a Roma. Non è semplice individuare le principali questioni che sollevano. Si va dalla contestazione della riforma della Pubblica Amministrazione a quella di Franceschini, fino alla difesa dell’art. 9 della Costituzione nell’ambito di una più generale opposizione alla riforma che sarà sottoposta al referendum di natura costituzionale. Le critiche più serrate sembrano concentrarsi su cinque punti. Il ricorso al silenzio-assenso, nel caso le Soprintendenze non esprimano il proprio parere entro 90 su progetti presentati da altre amministrazioni pubbliche, previsto nella cosiddetta legge Madia, dal nome del Ministro della Funzione Pubblica. Sempre con riferimento alla stessa legge si intravvede il rischio che le Soprintendenze siano sottoposte al controllo dei Prefetti. Si richiama la cosiddetta legge “Sblocca Italia” che, sempre a giudizio dei promotori della manifestazione, contiene norme che mettono a rischio la tutela del paesaggio. La riforma Franceschini, laddove riconosce una speciale autonomia a 20 grandi musei (con altri 10 recentemente indicati) separandoli dalle Soprintendenze e affidandole a Direttori scelti con un pubblico concorso, indebolisce, si dice, la tutela unitaria del patrimonio che non ha soluzione di continuità fra musei e territorio e crea un sistema che divide i musei in serie A e serie B. Senza considerare che il concorso pubblico viene considerato una farsa (colloqui brevi con candidati non molto qualificati) e si introduce il dubbio che i Direttori siano stati scelti sulla base di indicazioni della politica. Sempre a proposito della riforma Franceschini si contesta la scelta fatta di dare vita alle Soprintendenze uniche, segnalando la gravità dell’abolizione delle Soprintendenze archeologiche. Si giudicano profondamente sbagliate le scelte fatte dal Governo a proposito dei finanziamenti alla cultura (dal bonus di 500 euro per i giovani diciottenni fino al recente miliardo deliberato dal CIPE). Infine si rivendica la necessità di abbandonare la logica degli interventi straordinari per assicurare più risorse alla manutenzione, alla conservazione programmata del patrimonio, suggerita a suo tempo da Giovanni Urbani, e alle Soprintendenze, e si propone una politica di assunzioni che vada oltre il concorso previsto per 500 nuovi posti di lavoro. Si tratta quindi di critiche sostanziali che, ancor che legittime, toccano alcuni dei punti qualificanti delle politiche promosse dal Ministro Franceschini e dal Presidente del Consiglio. Questioni che mettono in evidenza che sulle politiche culturali, sul valore che vogliamo attribuire al patrimonio culturale, sul significato da dare a “bene culturale come bene comune”, sul rapporto fra beni culturali e sviluppo economico e sociale, sul ruolo dei cittadini, delle comunità e delle istituzioni locali nella tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio e così via, più nettamente che nel passato, si confrontano due punti di vista che hanno pochi punti di contatto e quindi di confronto, di dialogo possibile. Nella fase in cui il centro-destra ha governato, era più “facile” coprire le differenze, già allora presenti, nella comune opposizione a Berlusconi. Oggi è più difficile. I nodi sono ben individuati e sono venuti tutti al pettine. Ci aspetta quindi una fase che potrebbe portare a una radicalizzazione delle posizioni. L’avvicinarsi del referendum costituzionale (molti dei promotori di “Emergenza Cultura” sono schierati per il “No”), e l’approssimarsi delle elezioni politiche, potrebbero dar luogo ad una fase di turbolenze in cui lo scontro assume sempre più un carattere “ideologico”, come già si è potuto verificare ascoltando gli interventi a conclusione della manifestazione romana. Si è fatto ricorso a slogan di tempi andati, paventando rischi per la democrazia e denunciando la subalternità della classe politica di governo a multinazionali, petrolieri, banche e così via. Il confronto, e se è necessario lo scontro, è vitale per la democrazia. Ma se è di tipo “ideologico”, diventa improduttivo e non ci porta da nessuna parte. Facciamo solo un esempio. Con le recenti decisioni assunte dal CIPE è stato stanziato 1 miliardo di euro al Ministero beni culturali e turismo che intende destinarli al completamento di 33 progetti di restauro, di conservazione e valorizzazione di musei, palazzi, aree archeologiche, monumenti e così via, con alcuni interventi di particolare importanza e valore. Una misura discutibile che tuttavia conferma un’inversione di tendenza rispetto agli anni più recenti in cui abbiamo assistito solo a tagli lineari. Discutibile per il metodo e il merito. Il Ministero ha proceduto senza un coinvolgimento di Regioni e Comuni che, al pari delle Soprintendenze, gestiscono parti rilevanti del patrimonio culturale investendo risorse importanti. E oggi la Presidenza del Consiglio lancia una campagna chiedendo ai cittadini di segnalare i beni culturali abbandonati da recuperare, con una dote di 150 milioni di euro (quelli che Franceschini pensava di utilizzare per eventuali completamenti dei cantieri sui 33 interventi finanziati!). Una mortificazione delle amministrazioni locali e delle comunità. Un confronto istituzionale sul merito avrebbe consentito di allineare gli interventi, di definire al meglio le priorità e di ridimensionare l’accusa di distribuire risorse usando il manuale Cencelli. Forse si sarebbe “perso” qualche settimana ma i risultati avrebbero potuto ripagare l’attesa. Il Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020, da cui provengono le risorse, è ancora usato come un “bancomat”, mentre dovrebbe essere utilizzato per implementare i cosiddetti PON (Programmi Operativi Nazionali) e i POR (Programmi Operativi Regionali) predisposti in coerenza con gli obiettivi della programmazione dei fondi europei 2014/2020. Osservazioni come queste, o altre, non hanno nulla a che fare con il referendum, le elezioni amministrative di Roma, l’unificazione delle Soprintendenze e così via. Ed è difficile sostenere che c’è un filo rosso che lega tutto. Una generica piattaforma che mette insieme questioni e problemi molto diversi fra loro e formula proposte piuttosto generiche, in qualche modo finisce con il legittimare l’idea che è meglio che ciascuno coltivi la propria aiuola nella certezza che i fiori più belli crescono solo nella propria. Ma sappiamo tutti che non è così. Rischiamo di perdere tutti un’occasione importante per contribuire a un processo riformatore delle politiche per la cultura.

Ledo Prato

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Spazio ai temi del Paesaggio

Le politiche pubbliche per il Paesaggio sono da tempo ai margini dell’agenda politica del Paese. Si potrebbe obiettare che in realtà nelle politiche governative, soprattutto negli ultimi anni, si rintracciano provvedimenti che, secondo alcuni, hanno incoraggiato la speculazione edilizia o attenuato i controlli delle autorità pubbliche, lasciando ampi margini agli interessi privati. Si tratta di opinioni, rispettabili, ma su cui si può discutere senza approdare ad un punto di vista condiviso. Più interessante può essere verificare cosa succede nei territori e capire se, a livello locale, la valorizzazione, le trasformazioni, i progetti, la cura del paesaggio trovano migliore accoglienza e generano cittadinanza attiva. Ma andiamo con ordine. Dal punto di vista dell’ordinamento legislativo, l’ultimo atto significativo in materia risale al 2004, quando viene approvato il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un passaggio difficile e contrastato che ha visto molti oppositori, successivamente convertiti, ed uno scontro molto aspro fra lo Stato e le Regioni che reclamavano il rispetto dei dettati costituzionali sanciti nella riforma del 2001. La parte III del Codice, dagli articoli 131 a 159 emendati nel corso degli anni, ci restituisce un quadro normativo frutto di una complessa mediazione che, pur individuando le funzioni e le responsabilità dei diversi livelli istituzionali, individua nella cooperazione fra amministrazioni pubbliche la modalità con cui affrontare una materia così complessa e delicata. A rileggere oggi quelle norme non è difficile riscontrare che molte di esse sono rimaste in parte o in tutto inapplicate. Sappiamo tutti come è andata. Il caso forse più noto è proprio quello relativo alla predisposizione dei Piani Paesaggistici, puntualmente descritti nell’art. 143 del Codice, assegnata alle Regioni. Analoghe valutazioni si potrebbero fare a proposito degli Osservatori regionali o delle Commissioni locali del Paesaggio, solo per citare alcuni degli strumenti più innovativi previsti dal Codice che, salvo pochi casi, sono rimasti fra le buone intenzioni. Tuttavia, nonostante ritardi e contraddizioni, non si può dire che negli anni più recenti non si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il patrimonio di paesaggi del Paese con interventi di trasformazione a cura di soggetti istituzionali ma anche di gruppi, associazioni, cittadini che, dove è stato possibile (cito per tutti Toscana e Puglia ma sono molti gli esempi virtuosi), hanno contribuito a ridisegnare le politiche pubbliche. Dall’agricoltura più attenta alle modalità di produzione e valorizzazione delle risorse locali ai Sindaci che adottano sempre di più politiche restrittive nel consumo di suolo e investono sulla riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, dalle aree protette che valorizzano non solo gli aspetti naturalistici ma anche quelli storico-culturali dei loro paesaggi, alle associazioni che curano luoghi e tradizioni a rischio per il degrado e l’abbandono, anche facendo ricorso alle espressioni più innovative dell’arte contemporanea, persino in aree con forti insediamenti di criminalità organizzata. Una conferma di questa vivacità, di questo fermento, di questa rinnovata cittadinanza attiva possiamo ritrovarla passando in rassegna i progetti di paesaggio che sono stati presentati in questi 10 anni nelle 4 edizioni del Premio del Paesaggio Europeo, istituito dal Consiglio d’Europa nel 2006 e gestito nel nostro Paese dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, grazie soprattutto alla sensibilità e all’impegno di pochi coraggiosi funzionari e dirigenti. Non solo emerge una ricchezza di esperienze distribuite sulla quasi totalità del territorio nazionale, con una prevalenza dei progetti riferiti ai centri medi e piccoli e ai paesaggi rurali, ma soprattutto colpiscono le qualità e le storie dei soggetti proponenti, la loro capacità di coinvolgere le comunità e di avere visioni e strategie di medio, lungo periodo che hanno stimolato nuove forme di governance dei territori. Non a caso alcuni di questi progetti di paesaggio, fra i più esemplari, hanno vinto il Premio Europeo o hanno ricevuto particolari menzioni e riconoscimenti: dal progetto della Val di Cornia a Carbonia, dall’Alto Belice al Parco agricolo dei Paduli in provincia di Lecce. Esperienze molte legate ai propri territori, che non hanno l’ambizione di diventare “buone pratiche” utili per tutti, perché la loro storia è direttamente connessa con una comunità, con un luogo. Nel prossimo autunno sarà pubblicato il bando per la V edizione del Premio del Paesaggio Europeo. Potrebbe essere una utile occasione per costruire una rete delle esperienze che si sono sviluppate nei territori in questi anni, per leggere le loro storie, coglierne il senso e raccogliere utili indicazioni. Se poi si decidesse di istituire il Premio per il miglior progetto di Paesaggio dell’Italia, seguendo la strada già tracciata da altri paesi europei, allora si potrebbero introdurre innovazioni che, valorizzando l’esperienza italiana, darebbero un utile contributo alle politiche di “paesaggio attivo” in Europa. Le condizioni ci sono. Bisogna solo decidere e mettersi al lavoro.

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Sono sempre io, nonostante tutto

Care Amiche ed Amici, voglio ringraziarvi pubblicamente per i tanti, tanti messaggi che mi avete mandato, esprimendo vicinanza, affetto, dolore, condivisione per questa tragedia che ha colpito la mia famiglia, i miei parenti. La vita riserva molte sorprese, alcune liete, altre no. Entrambe la connotano, la segnano, le danno colore, forma, sostanza. A volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, ti mette a confronto con subdole malattie che sovrastano le persone più deboli, tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti. In questi lunghi anni a tanti ho cercato di trasmettere speranza, coraggio, fiducia, di costruire bellezza, di preservare i valori fondamentali della vita, di credere nel buon futuro. Qualche volta ci sono riuscito, altre no, come dimostra questa tragedia. Forse pensiamo di poter avere un ruolo decisivo nei rapporti umani e famigliari ma non è sempre così. Qualche volta ci attribuiamo capacità che non abbiamo e l’esempio di una vita condotta ispirandosi ai valori dell’onestà, del rispetto della vita propria, e di quella altrui, che ci è stata donata e di cui non siamo padroni assoluti, si scontra con contesti difficili, rapporti umani alterati, scelte non sempre condivisibili, disvalori che cancellano valori e sembrano vanificare la missione di una vita a cui hai dato tutto, senza risparmio. In questi giorni in cui la stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso, si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo, usate espressioni dei tempi più bui della vita civile. Mi sovviene un brano del Vangelo di qualche settimana fa. Il protagonista è un fico che non dà frutti e, per questo, si propone di tagliarlo. Ma poi si decide diversamente, si zappa intorno, si innaffia e si stabilisce un tempo: se entro tre anni non darà frutti, sarà tagliato. Non è solo un atto di misericordia, è un atto di saggezza che suggerisce prudenza, pazienza perché i tempi della ricerca della verità non sono brevi e la giustizia umana ha limiti profondi. Sono quelli che lasciano spazio al perdono che, seppure non cancelli la colpa, preserva la possibilità per le persone, tutte le persone, di non ergersi a giudici esclusivi e onnipotenti. Oggi voi dovete sentirvi liberi di lasciare questa pagina, di ritirare la vostra amicizia se questa nostra tragedia vi procura sofferenza o insofferenza, se non siete più interessati a leggere, condividere qualche riflessione perché avete smarrito la fiducia che avevate nell’autore. Quelli che vorranno ancora seguirmi sappiano che non riuscirò ad essere presente su queste pagine con continuità ma che non rinuncerò a niente delle idee e dei valori in cui credo e, in questa circostanza, sarò ancora più determinato nel rigore con cui viverli ed esprimerli. Metto in conto tutto e devo essere pronto a tutto. Me l’avete scritto in molti. Pensieri bellissimi, parole affettuose che custodirò con cura e a cui farò riferimento tutte le volte che la tristezza e la solitudine cercheranno di prendere il sopravvento. Voglio riportare solo un piccolo brano, fra i tantissimi, che mi ha scritto un amico carissimo, più grande di me in tutti i sensi, che conosco da oltre 20 anni. Ha scritto:..”la tua sconfinata capacità di mettere insieme, mediare, sdrammatizzare, cercare la fessura dove infilare una soluzione o un piccolo dislivello dove collocare un cuneo, ti permetterà di restare fermo nella tua fede, di non cadere nel buco nero, di riconfermarti nel valore delle cose che hai fatto e anche di aiutare Marco. Tu sei una persona capace di rivoltare il male nel bene e questa volta ti tocca dimostrarlo in modo da stupire il mondo”.
Posso farcela, lo devo alla mia famiglia tutta, ai miei parenti, ai miei tanti amici e a questo mio amico che mi ha consegnato un obiettivo tanto faticoso quanto straordinario. Con il vostro aiuto, con quello del Signore che non ci lascia mai soli perché è pronto a mischiarsi con la nostra storia anche di peccatori, ci accingiamo con passo lieve ad attraversare questa tempesta. Che Dio aiuti quanti ne hanno bisogno.

Ledo Prato

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Città al Futuro

Molti analisti sostengono che nei prossimi anni inizierà un nuovo ciclo di sviluppo, con caratteristiche profondamente diverse da quelle conosciute sino a oggi. Lo sviluppo locale dovrà quindi ridefinire i propri indirizzi e anche individuare diversi modelli per il sostegno alle economie e alle comunità. Già in questi ultimi anni molte delle pratiche dello sviluppo locale hanno preso avvio in conseguenza e anche come tentativo di risposta a crisi in atto. Anche se le crisi a scala territoriale che oggi conosciamo sono determinate direttamente o indirettamente anche da fattori esterni, da cambiamenti che restano fuori dalla portata e dalla volontà delle comunità e che, a quelli locali, sovrappongono piani e dimensioni nazionali e internazionali. E’ cambiato, e continua a cambiare, il paesaggio economico, sociale e culturale delle Nazioni, sono nate città-mondo che dialogano a livello planetario, spesso in autonomia rispetto agli Stati, anche se da essi ne sono ancora influenzati. Ma sono cambiati anche i rapporti fra le città all’interno degli Stati e fra queste e i territori di riferimento. Tutto questo ha aperto nuovi scenari e nuove possibilità prima inimmaginabili che obbligano le città a ridefinire i propri ruoli e le proprie funzioni rispetto ai diversi contesti. Per le città che intendono reagire alle sfide poste dai cambiamenti, rilanciando il proprio ruolo e le proprie strategie di sviluppo, è essenziale definire – anche con sperimentazioni – un’agenda e una visione comune per il futuro. Le città che competevano fino a ieri su scala anche internazionale, ora vengono ridimensionate a un grado territoriale e, per effetto di questo fenomeno, sono scivolate in una posizione di subalternità, assimilandosi alle aree marginali o minori delle diverse nazioni. Ed è singolare che i governi centrali abbiano dedicato così poca attenzione a questa nuova situazione. È uno scenario in continuo e straordinario cambiamento, quello che sta costringendo le città ad aggiornare costantemente la propria prospettiva di sviluppo. Le policy consolidate negli anni della crescita sembrano inadeguate e presentano crepe vistose. Si sono fatti strada con forza temi relativi a come adottare scelte condivise, come mobilitare tutte le risorse delle comunità, come dare un carattere resiliente alle città senza attardarsi sul solo versante del contrasto al crescente declino. In questo contesto la democrazia della partecipazione può essere un esercizio su cui costruire policy territoriali o urbane all’altezza delle sfide che le città devono affrontare. La dimensione e i temi che possono riguardare le città, in particolar modo, consentono infatti al cittadino di esercitare una capacità partecipativa che produca efficacia e al decisore pubblico di circoscrivere e misurare le aspettative e la domanda espressa dai gruppi e dai portatori di interesse. La scala urbana permette di accorciare la distanza tra cittadini e istituzioni, consente un monitoraggio continuo e un’azione diretta di pressione e dialogo con il decisore pubblico, genera un’attenzione reale verso l’azione collettiva e le modalità con cui si può trasformare in azione pubblica. I processi partecipativi costituiscono uno stimolo anche per le comunità svantaggiate perché possono favorire un miglioramento della propria situazione economica, sociale, culturale e ambientale attraverso la valorizzazione del pieno potenziale delle risorse endogene e dei suoi abitanti. Processi partecipativi orientati alla ridefinizione dei programmi di sviluppo locale con una visione di futuro possono costruire quel capitale di fiducia su cui ogni comunità deve poter contare per affrontare il mare aperto. Uno degli strumenti di cui dispongono comunità e istituzioni locali è il Piano Strategico che può avviare un processo di partecipazione dei cittadini alla costruzione del futuro della propria città. Gli obiettivi e le azioni per lo sviluppo della Città sono individuati attraverso un confronto pubblico e riassunti in un documento programmatico che disegna le tappe in una prospettiva di lungo termine. Si potrebbe definire un puzzle che si compone solo se ciascuno si rende disponibile a portare la sua tessera al momento opportuno, collocarla nel posto giusto, nel rispetto del lavoro fatto dagli altri. I programmi di sviluppo locale che sostanziano un Piano Strategico possono anche aiutare le città piccole e medie a sfuggire al destino dell’isolamento, a sperimentare formule per allontanare questa prospettiva di marginalità rispetto ai centri dello sviluppo, a ricostruire un futuro comune condiviso con le aree territoriali contigue. Le città possono avere un atteggiamento passivo o cercare di costruire laboratori originali e sperimentali, agendo sulle leve che anche i fattori esterni, apparentemente ostili, offrono sempre. Non si può certo rinunciare a costruire il proprio futuro ed esso sarà la conseguenza di ognuna delle azioni che quella città intraprenderà. E se anche scegliesse di assumere una posizione passiva, di non progettarlo e piegarlo a proprio favore, quel futuro sarebbe condizionato e determinato dalla scelta di non progettarlo attivamente: si tratterebbe di una decisione in ogni caso. Anche la gestione dell’ordinario quotidiano comporta responsabilità e conseguenze sul futuro. La città dei prossimi decenni è obbligatoriamente costretta a decidere l’intensità e la direzione del proprio protagonismo sulle scene regionali, nazionali ed internazionali, senza prescindere dal proprio passato e al tempo stesso consapevole dei molti fattori e presupposti che determineranno il prossimo presente per la sua economia e la sua comunità. Le rotte di navigazione sono indispensabili. John Augustus Sheed diceva: «certo, una nave nel porto è al sicuro, ma le navi non sono fatte per questo». Ormai il porto è forse il luogo meno sicuro.

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Discutendo di riforme ministeriali

La seconda fase della riforma Franceschini ha generato un dibattito che ha molti tratti in comune con quanto avvenuta nella prima fase della stessa riforma. Toni aspri e mobilitazione dei più diretti interessati. Vediamo qual è l’oggetto del contendere. Dopo l’autonomia assegnata ai 20 musei, con relativa individuazione dei Direttori, il Ministro ha ampliato questa scelta ad un nuovo elenco di musei da rendere autonomi, ha istituito i Poli museali regionali (in via di organizzazione) ridefinendo i compiti e, soprattutto gli ambiti e le missioni delle Soprintendenze. In questa seconda fase quindi ha proceduto alla costituzione delle Soprintendenze uniche (accorpando in una unica sede le Soprintendenze archeologiche, ai beni artistici e storici, ai monumenti e così via), ha istituito i Parchi archeologici e, più di recente, ha annunciato la costituzione dell’Istituto di Archeologia con la stessa autonomia con cui opera l’Istituto Centrale del Restauro. Un disegno coerente che può essere condiviso o meno ma che ha una sua logica. Con le Soprintendenze uniche si ridefiniscono anche gli ambiti territoriali e si va al superamento di Soprintendenze che avevano a riferimento, in qualche caso, persino una intera regione. Inoltre dovrebbe migliorare l’esercizio della tutela visto che spesso sullo stesso bene intervengono, per i pareri previsti, più uffici e più Soprintendenze, almeno fino ad oggi. L’auspicio è che le sedi uniche migliorino anche i rapporti dei cittadini con le istituzioni periferiche ministeriali, con un solo sportello a cui riferirsi. E tuttavia gli archeologi (tutti?), in modo particolare, hanno contestato la riforma e organizzato manifestazioni di proteste. Era già successo con gli storici dell’arte quando c’è stato l’accorpamento con le Soprintendenze ai monumenti. I timori sono sempre gli stessi: si perdono le specificità, si disperdono competenze, si sottomette l’archeologia ad altri interesse e così via, e si delineano scenari apocalittici. Questo modello – le Soprintendenze uniche-, che ho sostenuto da sempre, è in vigore in Sicilia da alcuni decenni. Se in Sicilia permangono problemi, sia nell’ambito della tutela che nell’ambito della valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, la causa non è certo del modello delle Soprintendenze. Non è questa la sede per esaminare le problematiche siciliane. Ma se si interpellano i Soprintendenti siciliani confermeranno questa valutazione. E allora dobbiamo domandarci se i timori sono giustificati oppure no. Prima però soffermiamoci sinteticamente su un punto. Dopo averle provate tutte nelle precedenti legislature, senza successo, Franceschini ha inteso “riportare” le Soprintendenze al ruolo di enti di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, sottraendo loro le funzioni nell’ambito della valorizzazione e gestione dei musei. E’ apparso infatti a tutti che non avevano competenze, professionalità e risorse umane adeguate per fare bene sia la tutela che la valorizzazione. Ha aperto quindi una nuova stagione in cui i rapporti fra Soprintendenze e musei andranno costruiti su basi nuove, lavorando molto di più sulla ricerca, sull’innovazione, sullo studio, per preservare il patrimonio e renderlo fruibile per un pubblico destinato a crescere ancora nei prossimi anni. Musei e Soprintendenze dovranno alimentarsi reciprocamente con attività per troppo tempo abbandonate o messe da parte. Una sfida di non poco conto che avrà bisogno della leale collaborazione fra tutti i soggetti interessati ma che dovrà poter contare, per essere vinta, su una iniezione di personale giovane e qualificato in grado di poter utilizzare agevolmente le proprie competenze con l’uso delle tecnologie. C’è infine il tema dei piccoli musei, o comunque dei luoghi della cultura poco frequentati, oggi senza una collocazione precisa nel disegno riformatore del Ministro. In questo caso bisogna rompere qualche tabù. Innanzitutto domandarsi se dovranno essere sempre aperti, se dovranno essere gestiti dal sistema pubblico (Stato o Comuni) ovvero se potranno generare nuovi modelli di gestione pubblico-privato no profit o se potranno avvalersi delle risorse umane che volontariamente prestano il proprio tempo al servizio delle proprie comunità. In quest’ultimo caso dovremo finalmente abbandonare i nostri pregiudizi sul volontariato, come purtroppo è ancora avvenuto recentemente con il bando rivolto ai giovani interessati al servizio civile, e provare a verificare molto laicamente dove al volontariato non c’è alcuna alternativa credibile e sostenibile.

La prudenza, in caso di riforme così complesse e radicali, è una virtù che è giusto esercitare. Ma è cosa diversa dai timori che nascono da interessi a volte corporativi o dalla paura del cambiamento. Si può capire ma non giustificare.

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Italia 2019: seconda puntata

L’art. 7, comma 3-quater, del decreto-legge n. 83 del 2014, prevede che il Programma Italia 2019 venga approvato entro 60 giorni dalla approvazione della legge, senza indicare come si perviene alla selezione dei progetti e alle fonti di finanziamento che daranno corpo al Programma. Presto si pensa di correre ai ripari e si cercano le soluzioni possibili. Appare chiaro che le integrazioni alla norma potranno essere fatte solo con un atto legislativo e non con decreti e regolamenti. La ragione per cui sono passati più di 18 mesi dall’approvazione del Programma Italia 2019 sta proprio in questa difficoltà. Non mi soffermo né sulle ragioni per cui il Parlamento ha approvato un testo che rendeva impossibile l’applicazione della legge né sui ripetuti e complicati tentativi di trovare un rimedio. E’ storia passata ormai. Piuttosto vale la pena soffermarsi sulla fase che si apre con l’approvazione delle modifiche all’art. 7, comma 3-quater. Innanzitutto vediamo quali sono i punti fermi. Il Programma Italia 2019 comprenderà i progetti contenuti nei dossier di candidatura presentati dalle 18 città che si sono candidate a Capitale Europea della Cultura 2019, sulla base di criteri di priorità condivisi fra Stato, Regioni e Comuni interessati. L’obiettivo è “favorire progetti, iniziative e attività di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale materiale e immateriale italiano,…promuovendo la crescita del turismo e dei relativi investimenti” e sono esclusi eventi, mostre, manifestazioni e così via. Possiamo ritenere che per raggiungere un obiettivo così ambizioso si dovrà fare riferimento anche ai progetti di rigenerazione urbana che, in molti casi, sono direttamente connessi con l’obiettivo prioritario indicato dal legislatore. Analogo ragionamento possiamo farlo per i progetti connessi con l’ammodernamento del sistema di accoglienza turistica delle città, declinati secondo le caratteristiche e gli obiettivi che le città hanno disegnato nei propri dossier di candidatura in vista della possibile attribuzione del titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Un altro punto fermo è rappresentato dalla indicazione circa le modalità attraverso le quali i soggetti pubblici dovranno pervenire alla identificazione dei progetti, alla individuazione delle fonti di finanziamento (facendo ricorso anche alla programmazione 2014/2020) e infine alla sottoscrizione di un accordo impegnativo per le parti. Gli accordi, “di cui all’articolo 2, comma 203, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni”, a cui si fa riferimento sono gli accordi di programma, strumento ampiamente sperimentato, con esiti alterni, nel corso di questi anni. Infine è previsto che sia un decreto del Mibact a promulgare l’elenco degli accordi sottoscritti, sentita la Conferenza delle Regioni. Per concludere vediamo di capire quali potrebbero essere alcune delle criticità da affrontare. Il Programma Italia 2019 viene proposto e approvato in una fase in cui le Regioni erano in procinto di definire i propri Programmi Operativi Regionali (POR) in relazione con la programmazione 2014/2020. Oggi i POR sono stati quasi tutti approvati e alcune Regioni hanno promulgato i primi bandi di evidenzia pubblica anche nell’ambito del patrimonio culturale. Questo potrebbe essere un primo ostacolo da superare perché rende più complesso individuare risorse e procedure da destinare al Programma. Senza considerare una certa ritrosia delle Regioni a concertare con Stato e Comuni le risorse loro attribuite. Un analogo problema esiste per il Mibact, almeno con riferimento al Mezzogiorno. Oggi il PON Cultura è stato approvato con la individuazione degli interventi previsti da qui al 2020, senza alcun riferimento ai progetti previsti nei dossier di candidatura. Per il resto del Paese potrebbe esserci qualche margine di manovra in più, viste le risorse assegnate al Mibact con la Legge di stabilità 2016. Abbiamo già scritto che non tutti i dossier di candidatura hanno un livello qualitativo adeguato. Sono pochi ma ci sono. E allora bisogna capire come si aiutano quelle città che, a suo tempo, hanno “buttato il cuore oltre l’ostacolo” senza un adeguato apparato progettuale. Il Programma riguarda 18 città e ben 16 regioni. Bisogna lavorare perché ci siano accordi di programma con tutti. Ma dobbiamo sapere cosa fare nel caso non si riuscisse a stipulare accordi per tutti. Infine c’è una delicata questione: chi detta l’agenda? A norma di legge il coordinamento è in capo al Mibact. Un Ministero che ha poca esperienza in questo ambito e, soprattutto, poco personale con competenze professionali adeguate allo scopo. Credo che i dirigenti ministeriali ne siano pienamente consapevoli. Mettere mano a questo problema è necessario, indispensabile e soprattutto, urgente. Ci sarà una terza puntata. Quando il quadro sarà definito. E sarà presto.

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Italia 2019: una storia a puntate

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 22 del 28 gennaio il decreto legislativo 22 gennaio 2016, n. 10, recante Modifica e abrogazione di disposizioni di legge che prevedono l’adozione di provvedimenti non legislativi di attuazione, a norma dell’articolo 21 della legge 7 agosto 2015 n. 124, il cui art. 1, comma 11 e recante la modifica della norma sul Programma Italia 2019 (modifica l’art. 7, comma 3-quater, del decreto-legge n. 83 del 2014). Questa informazione mi è stata chiesta da più parti ed è opportuno renderla pubblica per coloro che sono interessati al Programma Italia 2019. Vediamo di ricostruire tutto il quadro. Le città di Aosta, Bergamo, Mantova, Venezia, Ravenna, Urbino, Pisa, Siena, Perugia con Assisi, L’Aquila, Caserta, Lecce, Taranto, Matera, Reggio Calabria, Palermo, Siracusa e Cagliari hanno partecipato alla competizione per aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Il 17 ottobre del 2014 il titolo è stato assegnato a Matera scelta fra 6 città finaliste: Ravenna, Siena, Perugia, Lecce e Cagliari. Ad assegnare il titolo è stata una Commissione di 13 membri (di cui 6 italiani) presieduta da Steve Green. Durante la fase di preparazione dei dossier di candidatura le città hanno stretto un patto per cui si impegnavano a costruire un palinsesto per il 2019 che chiamarono Italia 2019, per testimoniare che la competizione poggiava su basi collaborative e sul reciproco riconoscimento dell’impegno e del lavoro che ciascuno stava svolgendo. Questo patto fu riportato nella gran parte dei dossier e fu giudicato molto positivamente dalla Commissione. Qualche città, con il sostegno dell’Associazione delle Città d’Arte e Cultura (CIDAC), è andata oltre dando ulteriore senso e spessore al Programma Italia 2019. Ciò che infatti è emerso da subito è che i dossier di candidatura rappresentavano un portafoglio di progetti, molti dei quali esecutivi cantierabili, capaci di trasformare porzioni significative di città e di ridare nuovo senso e visione al patrimonio culturale. Se ne è accorto anche il Presidente Steve Green che ha pubblicamente elogiato le città candidate, riconosciuto al Programma Italia 2019 un carattere esemplare fino al punto da impegnarsi a segnalarlo alla Commissione Ue, incoraggiato una sua concreta attuazione. Per l’Italia un riconoscimento straordinario in un momento di grande difficoltà nei rapporti con l’Europa. Nasce così l’idea di proporre al Governo e al Parlamento di condividere questa proposta, di adottarla legislativamente e di sostenerla sul piano finanziario selezionando i progetti di carattere strategico per le singole città, verificandone la fattibilità e sostenendoli con risorse pubbliche (comprese quelle della programmazione 2014/2020) e private, attraverso veri e propri accordi di programma fra Stato, Regioni e Città interessate. Comincia quindi nella seconda metà del 2013 (un anno prima della proclamazione di Matera) una lunga marcia attraverso le Aule Parlamentari e gli incontri con i rappresentanti del Governo insieme ad oltre 100 fra Senatori e Deputati con cui sono stati presentati ordini del giorno, mozioni (sempre approvati da Governo e Parlamento) che hanno preparato il terreno che ci ha portato a maggio 2014 (sempre prima della proclamazione di Matera) alla approvazione della legge 83/2014 (più nota come la legge Art bonus) che con l’art. 7 comma 3-quater prevede l’adozione del Programma Italia 2019.
(continua)

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