Terza puntata

Siamo al dunque. Ho chiuso il precedente articolo proponendo un progetto di sistema da parte della Fondazioni bancarie e di quelle private per sostenere le organizzazioni di Terzo settore. A quali condizioni. Innanzitutto sarà necessario salvaguardare la trasparenza. I soggetti erogatori dovranno rendere pubblici i requisiti dei soggetti che ritengono di poter sostenere. Meglio se questi requisiti fossero oggetto di una concertazione con il Forum del Terzo settore. C’è una seconda condizione. Abbiamo fin qui cercato di argomentare che l’impatto dell’emergenza sanitaria sarà molto diverso a seconda della solidità e dimensione degli enti culturali e sociali. Per queste ragioni un intervento di sistema dovrebbe prevedere due Fondi, ciascuno gestito secondo criteri pubblici e condivisi, uno per le organizzazioni più strutturate e uno per quelle più piccole che possono documentare una presenza ed un insediamento radicato e storicizzato. Possono esserci proposte migliorative, ovviamente, ma questa articolazione dell’intervento di sistema, per la prima volta, non aggiunge risorse solo a “chi ha già” ma incoraggia la crescita e lo sviluppo di chi fa molta fatica a “raggiungere i piani alti”. Se non ci fossero le condizioni per un intervento di sistema, nonostante l’emergenza di queste settimane, le singole Fondazioni bancarie o private potrebbero, ciascuna autonomamente, attivare un meccanismo come quello descritto. Ma bisogna tener ben presente il divario fra Nord, Centro e Sud a cui abbiamo già fatto riferimento. Se questa proposta si riferisce ai soggetti erogatori privati, non possiamo non interpellare le amministrazioni pubbliche perché adottino misure adeguate alla crisi devastante che ha colpito gli enti di terso settore culturali e sociali. Oggi Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione con il Sud, su Il Mattino di Napoli, lancia un appello al Ministro Giuseppe Provenzano per un intervento straordinario a favore delle organizzazioni, soprattutto del Mezzogiorno, che operano in ambito sociale. Quindi una proposta che punta, in condizioni eccezionali, al superamento  transitorio dell’allocazione delle risorse attraverso i bandi. Una proposta che sottoscrivo, auspicando che venga accolta e adottata anche con riferimento al settore culturale. C’è tuttavia una più ampia platea di amministrazioni pubbliche che possono essere chiamate in causa. Penso soprattutto alle Regioni, ai Comuni e allo stesso Ministero dei beni culturali e del turismo. Un processo così complesso, che contempli allo stesso tempo l’attribuzione di risorse per finanziare progetti attraverso il sistema del bando pubblico e il finanziamento alle organizzazioni, necessita di una procedura di concertazione trasparente. Disponiamo di norme e strumenti, ancora in gran parte inutilizzati o sottoutilizzati, che possono venirci in aiuto. Mi riferisco, ad esempio, a quanto previsto negli articoli 55 e 56 del Codice Terzo Settore. In particolare l’art. 55 in cui gli Enti pubblici sono chiamati a promuovere e sostenere gli ETS che operano all’interno dei settori indicati dall’art. 5 dello stesso Codice. A questo scopo l’art. 55 disciplina tre strumenti, connessi secondo una logica di filiera: la co-programmazione, la co-progettazione e l’accreditamento. In questa sede non possiamo soffermarci su due degli articoli più innovativi e allo stesso tempo più discussi in sede di applicazione. Chi avesse voglia di approfondire può, fra gli altri, consultare una bella pubblicazione edita da Laterza, a cura di Antonio Fici, Emanuele Rossi, Gabriele Sepio e Paolo Venturi, “Dalla parte del Terzo settore”, promossa dal Forum del Terzo settore e dall’Associazione Centri di servizio per il Volontariato. Qui giova richiamare solo due punti. Innanzitutto che gli strumenti previsti possono essere attivati solo dalla Pubblica Amministrazione. Se si vuole quindi promuovere e sostenere, così come prevede la norma, gli ETS, sono le amministrazioni pubbliche che devono attivare i procedimenti. Gli ETS possono sollecitare l’avvio della procedura ma non possono fare altro. Il secondo punto. Grazie a questi strumenti è possibile realizzare progetti di interesse generale attraverso la costituzione di partenariati fra PA ed ETS, in regime di trasparenza, attraverso un Avviso pubblico. Questi stessi strumenti potrebbero essere utilizzati dal Ministero dei beni culturali e del turismo e dai Comuni per l’applicazione dei comma 2 e 3 dell’art. 71 del Codice del Terzo settore. In questo caso la norma prevede la possibilità per gli Enti pubblici di affidare in concessione d’uso i beni culturali non utilizzati per la loro valorizzazione e gestione ad ETS. La co-programmazione potrebbe consentire di dar luogo ad un piano nazionale condiviso che identifichi i beni, a cominciare da quelli in capo allo Stato e alle amministrazioni pubbliche centrali, definisca procedure semplificate, individui strumenti di sostegno agli ETS che si candidano alla gestione. In questo contesto potrebbero essere moltiplicate le esperienze di partenariato pubblico-privato ex art. 151, comma 3 del Codice dei contratti pubblici. Abbiamo fatto solo qualche esempio per sostenere la necessità di affrontare la fase post emergenziale cercando di affrontare alcuni nodi che ci trasciniamo da troppo tempo. Nodi che si sono ancora più ingarbugliati in queste settimane. Avremmo dovuto scioglierli da tempo ma troppe titubanze, troppi vincoli, e anche una qualche fragilità del mondo del no profit, non l’ha reso possibile. Ora dobbiamo affrontarli con determinazione. Ciò che appare chiaro da tempo, cioè un evidente scarto fra la domanda espressa da soggetti per realizzare progetti e l’offerta di risorse, contributi e finanziamenti sia pubblici che privati, impone un cambio di passo. Questo è il tempo, se non vogliamo assistere ad un impoverimento di quelli che un grande sociologo come il compianto Achille Ardigò definì i mondi vitali.

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Seconda puntata ma non …ultima

Le Amministrazioni pubbliche hanno adottato politiche a sostegno del tessuto associativo nell’ambito sociale e culturale. Le modalità, le forme, le procedure e, di conseguenza, le risorse dedicate, hanno generato una pluralità di esperienze con esiti diversi, a seconda delle aree del Paese. In particolare le Regioni hanno dato seguito a leggi, o ne hanno adottate nuove, con misure che in alcuni casi hanno avuto un impatto importante per il consolidamento e lo sviluppo delle realtà associative. Spesso ne hanno beneficiato soprattutto le esperienze più consolidate, più forti. Anche i Comuni hanno fatto la loro parte nei limiti di una finanza locale sempre più sottoposta a vincoli e tagli. Di recente anche il Mibact ha attivato alcune misure a sostegno del terzo settore, soprattutto nell’ambito della creatività urbana e della rigenerazione delle periferie, attraverso un coinvolgimento anche degli istituti scolastici. Lo strumento per assegnare le risorse è sempre stato il bando di evidenza pubblica, nel rispetto delle norme nazionali ed europee. Sono molto rari, seppur significativi, i casi in cui si è fatto riferimento al cosiddetto dialogo competitivo (previsto dal Codice degli appalti) o al partenariato pubblico-privato ex art. 151, comma 3 del Codice dei contratti pubblici nell’ambito della gestione e valorizzazione dei beni culturali. L’assegnazione di risorse attraverso il bando pubblico è la principale modalità che adottano da anni anche le Fondazioni bancarie, le Fondazioni private, la stessa Fondazione con il Sud e l’impresa sociale Con i bambini. Per certi versi si tratta di una conquista perché ha reso, almeno formalmente, più trasparente i criteri e le modalità con cui gli enti erogatori assegnano le risorse destinate al terzo settore. Tuttavia i limiti più volte segnalati, sia dai soggetti riceventi che dai soggetti erogatori, dell’esclusivo ricorso al bando di evidenza pubblica per la selezione dei progetti da finanziare, ha innescato alcuni innovazioni di qualche evidenza. Per questo è bene precisare due aspetti. Il primo, le Fondazioni bancarie più grandi, alcune Fondazioni private e anche Fondazione con il Sud e Con i bambini, hanno avviato delle sperimentazioni per sostenere le organizzazioni piuttosto che i progetti attraverso bandi, hanno semplificato alcune procedure nella selezione (ad esempio il ricorso alla manifestazione d’interesse prima del bando) e così via. Il secondo. Le ripetute revisioni del Codice degli appalti, l’incompiuta applicazione della riforma del Terzo settore, hanno determinato un quadro di incertezze sia nell’ambito delle pubbliche amministrazioni che nell’ambito degli erogatori privati, con evidenti impatti sugli enti di terzo settore. Le organizzazioni più strutturate sono riuscite in parte a far fronte a questa situazione, mentre quelle più piccole, e quindi più fragili, ne hanno risentito al punto che alcune si sono dissolte e altre sono finite ulteriormente ai margini del tessuto associativo locale. Il quadro sommariamente tracciato definisce il contesto in cui operano i soggetti sociali e culturali che alimentano le proprie attività attraverso erogazioni pubbliche e private, essendo per lo più all’interno delle attività di interesse generale indicate dall’art. 5 del Codice del Terzo settore (di seguito CTS). Come abbiamo già avuto modo di segnalare, una corretta rappresentazione del quadro generale non può non tener conto non solo delle diverse dimensioni, storie e strutture degli enti (elemento questo spesso sottovalutato) ma anche degli ambiti territoriali a cui fanno riferimento gli enti erogatori, soprattutto quelli privati. Ai fini del nostro ragionamento torna utile ricordare che la stragrande maggioranza degli enti erogatori (Fondazioni bancarie e privati) sono collocati nel centro nord del Paese, che nel Mezzogiorno le fondazioni bancarie e private sono molto poche e dispongono di risorse piuttosto limitate e che la stessa Fondazione con il Sud eroga, per l’intero mezzogiorno, solo circa 16/20 milioni l’anno. Quindi, al diverso impatto che le erogazioni hanno fra enti più strutturati e enti più piccoli, si aggiunge una evidente disparità sul piano delle opportunità a seconda della collocazione geografica in cui gli enti operano. Su questo tema non mancano studi e ricerche che hanno evidenziato il profilo e le caratteristiche della “forchetta”. Siamo quindi giunti ad una prima considerazione riferita alle domande poste nel precedente articolo. La drammatica situazione che vive il Paese avrà un diverso impatto sugli enti di terzo settore a seconda delle loro dimensioni e della loro collocazione geografica. Un riferimento al tema, di recente, è stato fatto in un interessante articolo a firma di Stefano Consiglio e Marco D’Isanto sul Corriere del Mezzogiorno del 21 marzo. Ora se è del tutto evidente che ci sono norme e vincoli di cui si deve tener conto, (per tutte il vincolo territoriale che caratterizza gli statuti delle Fondazioni bancarie), è altrettanto vero che, in un passato recente, proprio le Fondazioni bancarie sono state protagoniste della promozione di “iniziative di sistema” per affrontare problemi complessi di carattere nazionale. Per tutti ricordo la stessa costituzione della Fondazione con il Sud (ad opera di un numero significativo di Fondazioni bancarie), la costituzione dell’impresa sociale Con i Bambini per la lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica nell’intero Paese, gli interventi a favore delle popolazioni colpite dai terremoti e, più di recente, l’annunciata iniziativa a favore del settore socio-sanitario a seguito dell’epidemia. C’è quindi “uno storico” a cui fare riferimento per auspicare una strategia di sistema da parte delle Fondazioni bancarie e delle stesse Fondazioni private per sostenere gli enti di terzo settore, introducendo però qualche innovazione rispetto al passato. (continua)       

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Qualche riflessione in due puntate….

In questi giorni tutti speriamo di tornare presto alla situazione ante coronavirus. Questa speranza è giustificata dal dramma che ha colpito il Paese e sconvolto la vita di tutti noi, con un numero impressionante di vite perdute. Il desiderio è quello di chiudere questo lungo periodo buio, al più presto, fra due parentesi . C’è anche chi prova a interrogarsi sugli insegnamenti che dobbiamo trarre da questa drammatica situazione. E le aspirazioni sono tante, belle, in gran parte dense di senso, di buon senso. Non manca neanche però chi ci ricorda che la memoria umana è piuttosto corta e che, dopo un po’ di tempo, torneremo ad abitare gli stessi vizi, gli stessi limiti che oggi, in una sorta di autocoscienza collettiva, guardiamo come fardelli di cui liberarci. In questo grande rimpianto per il “tempo passato”, rischiamo di imbarcare tutto, di non distinguere ciò che dobbiamo cambiare da ciò che dobbiamo tenere, conservare. Insomma rischiamo che ciò che è apparso così evidente in questi mesi, in queste settimane, come fragilità che vengono da lontano, venga rimosso in questa corsa affannosa a ripartire, senza se e senza ma. Chi opera, ad esempio, nel settore culturale sa che, prima o poi, la bolla sarebbe scoppiata, che la resilienza, i sacrifici di questi anni avrebbero trovato uno scoglio su cui sbattere. Musei, teatri, cinema, luoghi della cultura chiusi, eventi culturali sospesi a data da destinarsi, progetti costruiti con fatica e risorse, sospesi o annullati. In questi giorni non sono mancati appelli per garantire la sopravvivenza, per adottare misure concrete e immediate a sostegno del reddito, più o meno precario, degli operatori culturali. E ci sono primi provvedimenti governativi che, seppure con qualche evidente limite, tentano di dare una risposta. Ma tutto il settore culturale è stato colpito allo stesso modo? O la crisi di questi mesi ha messo in evidenza ancora più chiaramente la fragilità di alcuni ambiti più di altri? E soprattutto perché serve una analisi più attenta per non restare prigionieri di un passato che ha evidenziato tutte le sue problematicità? Prima di procedere dobbiamo sottolineare alcuni dati incontrovertibili. In questi ultimi anni è cresciuto notevolmente il numero di visitatori dei musei, delle gallerie, delle mostre. La riforma del Ministro Franceschini, seppure con qualche limite, ha prodotto buoni frutti. Anche il teatro, il cinema, non in modo omogeneo sull’intero territorio nazionale, hanno visto aumentare il proprio pubblico. I maggiori eventi culturali hanno registrato ottime performance. Le biblioteche sono diventate vere e proprie infrastrutture sociali, diventando luoghi di socialità importanti, soprattutto nelle aree più periferiche. Si è dato vita al più grande intervento contro la dispersione scolastica e la povertà educativa. Un quadro incoraggiante anche se non mancano i chiaroscuri. Intorno a questo complesso processo sono cresciute molte attività di servizio, spesso con una buona dose di innovazione, soprattutto di prodotto (il digitale, i videogames ecc), nuove attività, nuovi progetti. In questo contesto il fenomeno più interessante di questi anni è rappresentato dal moltiplicarsi di luoghi, un tempo dismessi o abbandonati, che sono stati recuperati ed hanno trovato un nuovo destino grazie all’intrapresa di associazioni, comitati di cittadini, cooperative, imprese sociali. Si è così irrobustito il tessuto sociale e culturale di molte città, sono nate esperienze di cittadinanza attiva, si è consolidato o sviluppato un capitale sociale che ha arginato, in molti casi, fenomeni di disgregazione sociale e spaziale. Le stesse Amministrazioni locali hanno raccolto queste sfide e si sono attrezzate con i Regolamenti sui beni comuni, hanno stipulato Patti di collaborazione, hanno avviato veri e propri processi di co-progettazione. Sono nate reti e partenariati per certi versi inediti. Gli esiti non sono stati omogenei ed hanno avuto caratteri diversi da città a città. E questa volta il Mezzogiorno ha generato un tasso di intrapresa e di innovazione che, probabilmente, può essere una delle leve di un possibile ripensamento dello sviluppo di quelle aree. Chi sono, o sono stati, i protagonisti di questa stagione? I soggetti sociali sono stati indicati. Ad essi si devono aggiungere gli enti pubblici (soprattutto Regioni e Comuni), le fondazioni bancarie, le fondazioni private, la Fondazione con il Sud e persino imprese private e istituti di credito. (continua)

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Lettera aperta ai Segretari generali CGIL CISL UIL

Cari Landini, Furlan e Barbagallo,
leggo su Il Sole 24 ore del 26 aprile che convocherete gli Stati Generali di CGIL, CISL e UIL a Matera per discutere del rapporto fra Europa, lavoro e cultura. Una bella notizia. A condizione che non abbiate voluto semplicemente rendere “onore” a Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Non che questo non sia meritevole, anzi. Matera e i materani hanno fatto un grande lavoro (non tutti allo stesso modo!). Allora vi domando perché questa iniziativa, quali sono gli obiettivi, quali le proposte? Vi siete confrontati, e con chi, per raccogliere indicazioni, suggerimenti? Avete sentito solo le organizzazioni di categoria, quelle dei lavoratori dello spettacolo, del cinema, del ministero dei beni culturali, della pubblica istruzione e dell’università o avete allargato il cerchio? Senza pubblicare dati (facilmente reperibili in rete), evidenzio che, da alcuni anni, molti ricercatori, studiosi, in Italia e in Europa, hanno ridefinito gli ambiti del settore culturale, producendo rapporti, analisi, ricerche, offrendo un quadro di conoscenze anche sulla dimensione economica ed occupazionale. Il cerchio è quindi più largo delle categorie sindacali. Ci sono leggi, programmi comunitari che incoraggiano lo sviluppo delle imprese culturali e creative. Sono nati partenariati europei nell’ambito di Programmi come Europa Creativa o Horizon 2020. L’innovazione tecnologica ha fatto passi avanti anche nei settori culturali, grazie agli investimenti di alcune imprese ma soprattutto per iniziativa di tanti giovani che, negli incubatori privati e delle Università, hanno promosso startup di successo e attirato l’attenzione di investitori. In Italia c’è un tessuto di associazioni, cooperative, imprese sociali che produce cultura, organizza eventi di valore nazionale e, qualche volta, internazionale, gestisce spazi culturali sottratti all’incuria e all’abbandono, organizza servizi al pubblico dei musei, coniuga le attività culturali con l’inclusione sociale o con la lotta alla criminalità organizzata, sperimenta quotidianamente la fatica di sottrarre bambini e ragazzi alla dispersione scolastica cercando di riempire i vuoti della povertà educativa determinata dalle condizioni sociali ed economiche di migliaia di famiglie, soprattutto nel Mezzogiorno. Ci sono Fondazioni bancarie, private che, proprio in ambito culturale, sostengono le comunità, le organizzazioni del terzo settore, sperimentando processi innovativi, senza rinunciare al sostegno necessario per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale. E l’elenco potrebbe essere lungo. Ci sono anche criticità da segnalare (precarietà, sottosalario, discriminazione di genere…), ma non voglio sottrarvi tempo. E allora mi domando se avete sentito qualcuno di questi mondi, se avete avuto la pazienza di ascoltarli, se vi siete resi disponibili a costruire con loro una “piattaforma di proposte”. Se, utilizzando la saggezza del sindacato, avete individuato gli obiettivi a breve e quelli a medio e lungo termine. Quali criteri vi siete dati per selezionare gli obiettivi? Avete individuato soluzioni possibili, o vi limiterete, come si fa di solito, a rivendicare più risorse pubbliche destinate alla cultura? Quali proposte farete per affrontare la domanda di lavoro di tanti giovani che hanno conseguito una laurea, un master, per esercitare una professione nella cultura, mossi da una passione, prima ancora che da una legittima esigenza lavorativa? Quali opportunità intravedete per chi ha progetti e vuole realizzarli attraverso l’autoimprenditorialità? Il “diritto alla cultura” di ogni cittadino, di ogni lavoratore è sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani agli articoli 26 e 27. Dovrebbe essere questo l’orizzonte entro cui costruire politiche culturali europee. Un obiettivo possibile per l’organizzazione europea dei sindacati?
Cari Landini, Furlan e Barbagallo, non so se per gli Stati Generali è tutto già definito. Ma se posso, consentitemi un modesto consiglio. A Matera chiamate questi o altri mondi che ho indicato, confrontatevi con loro e trasformate questo appuntamento in una tappa di avvicinamento verso gli Stati Generali su “Europa, lavoro e cultura”. Non fatene una meta. Come sapete, non basta “timbrare il cartellino” per essere della partita.
Con affetto
Ledo Prato Segretario generale Mecenate 90

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Turisti culturali Cittadini Temporanei

Ci sono pochi temi che tornano ripetutamente tutte le volte che si affronta la questione relativa allo sviluppo possibile del nostro Paese. Uno di questi è sicuramente il turismo. Si è arrivati persino a sostenere che “l’Italia potrebbe vivere di solo turismo”. Non manca una lunga e complessa letteratura sul tema e ciò che appare una convinzione diffusa è, allo stesso tempo, al centro di un dibattito molto sostenuto. Per semplificare potremmo dire che gli schieramenti sono divisi sostanzialmente in due: da una parte coloro che immaginano un Paese dove ogni politica è orientata a sostenere, incoraggiare l’afflusso di viaggiatori, a prescindere; dall’altra coloro che temono “invasioni”, soprattutto rispetto a quelle città e a quei luoghi che presentano fragilità determinate dal patrimonio culturale e ambientale particolarmente a rischio per eccesso di pressioni antropiche
(“sovraturismo”). A questo dualismo se ne aggiunge un altro, speculare al primo. Secondo i primi, solo una gestione delle politiche turistiche affidata allo Stato può garantire una organizzazione unitaria della promozione, dell’offerta, degli investimenti necessari. I secondi invece, da una parte reclamano l’autogoverno delle città in modo da garantire il governo dei
flussi, dall’altra però temono che gli interessi locali e le pressioni degli operatori finiscano per generare politiche di segno opposto. Ci sono poi posizioni, per dir così, trasversali, nel senso che auspicano di mantenere in capo allo Stato centrale alcune funzioni (le strategie generali, la promozione ecc) ed altre affidate alle Regioni e ai Comuni. Che il tema sia controverso lo dimostra anche l’attenzione dedicata dal legislatore che ne ha fatto materia, fra le altre, di riforme costituzionali. Quelle più recenti non sono passate al vaglio del voto popolare e quindi è rimasta in vigore la norma dell’art. 117 della Carta Costituzionale che assegna alle Regioni potestà esclusiva in materia di turismo. Il travaglio sul tema è evidenziato anche dalle scelte ondivaghe che i vari Governi hanno adottato nel tempo. Ci sono stati governi che hanno istituito il Ministero del Turismo, altri che hanno affidato le competenze ad un Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio, sino agli ultimi due Governi che hanno proceduto ad accorpamenti con altri Ministeri. Ognuna di queste scelte rispondeva a una idea del turismo e in alcuni casi ne immaginava un possibile sviluppo in relazione con altri settori economici. Ad esempio con i Governi Renzi e Gentiloni, si è scommesso su una politica integrata fra valorizzazione del patrimonio culturale e turismo mentre l’attuale Governo (che in un primo tempo aveva ventilato l’ipotesi di ripristinare il Ministero del Turismo) prevede che la promozione turistica debba viaggiare in parallelo con quella dell’enogastronomia, dei prodotti tipici dell’agricoltura. Nell’uno come nell’altro caso, non sono mancate critiche e perplessità evidenziate in modo trasversale da soggetti pubblici e privati in ragione di una tesi di fondo: le forme di turismo sono molteplici (da quello culturale a quello balneare, da quello di montagna a quello enogastronomico, da quello congressuale a quello religioso, da quello naturalistico a quello lacustre e così via) e hanno quindi bisogno di una politica unitaria. Il turismo è un settore molto importante dell’economia italiana: secondo le stime del World Travel and Tourism Council rappresenta il 9,4% del PIL (Prodotto Interno Lordo) e occupa circa 2,5 milioni di persone. Nel 2017 circa 60 milioni di turisti internazionali hanno visitato il nostro Paese e il dato è in continua crescita. L’Italia è il 5° paese più visitato al mondo. In questo contesto le attrattive storico-culturali risultano essere il primo fattore del flusso turistico proveniente dall’estero. Non solo nelle città, ma anche nei piccoli centri urbani sparsi in tutto il territorio nazionale. L’Organizzazione mondiale del turismo (WTO) dà due definizioni del turismo culturale. Una più ristretta, che indica gli spostamenti per motivazioni essenzialmente culturali: come viaggi di studio, o per partecipare a manifestazioni artistiche ed eventi culturali, per visite a siti e monumenti. L’altra, più ampia, include tutti i viaggi che “soddisfino il bisogno umano di diversità, tendente ad innalzare il livello culturale degli individui ed aumentare la conoscenza, l’esperienza e gli incontri”. Ad attirare il popolo dei turisti culturali non c’è solo quindi un interesse specifico per la visita di monumenti, chiese, musei e siti storici e archeologici, ma anche una motivazione più ampia che spinge a cercare di vivere il fascino della città e dei luoghi d’arte. Dunque non solo opere d’arte e complessi architettonici, ma anche tradizioni, enogastronomia, artigianato e quell’insieme di elementi socio-culturali che caratterizzano uno specifico luogo. Per questo molti sostengono che il turista motivato da interessi culturali cerca di fare del proprio viaggio una esperienza (turismo esperienziale). Gli studi più recenti hanno cercato di individuare i “comportamenti” di questo importante segmento turistico. Le principali caratteristiche sono: maggior reddito disponibile e maggiore capacità di spesa; maggiore livello d’istruzione; interesse per eventi e iniziative legate ai temi del territorio; particolare propensione allo shopping. Secondo i dati 2017 del Centro studi turistici, le città d’arte hanno registrato 44
milioni di visitatori con 115 milioni di presenze. E le previsioni danno il dato in crescita per i prossimi anni.
Il turismo culturale rappresenta ormai da tempo un aspetto consolidato del turismo in Italia: basti pensare che il 36,6% della spesa complessiva sostenuta dai turisti stranieri in Italia riguarda vacanze culturali (12,5 mln di €) e che i turisti stranieri che viaggiano per motivi culturali spendono mediamente ogni giorno il 25% in più degli altri. L’interesse per il patrimonio culturale è testimoniato dalla costante crescita del flusso di visitatori nei musei e nelle aree archeologiche. La riforma del sistema museale, con l’autonomia assegnata a 40 musei e aree archeologiche più importanti, ha dato un notevole contributo allo sviluppo della domanda. Nel 2017 sono stati superati i 50 milioni. Ma il dato più interessante è che la crescita non riguarda più solo le tradizionali mete rappresentate da città d’arte come Roma, Venezia, Firenze, Napoli, Milano ma anche Verona, Padova e Bologna che fra il 2010 e il 2017 sono cresciute con una media superiore al 50%. Il fenomeno si è esteso agli oltre 5.500 borghi italiani che, sempre nel 2017, hanno registrato 22
milioni di arrivi e 95 milioni di presenze con una spesa turistica di circa 8,2 miliardi, di cui più del 50% dovuta a turisti stranieri. Fra il 2010 e il 2017 le presenze turistiche straniere nei borghi sono cresciute del 30,3%. Solo qualche anno fa questi dati erano impensabili. Testimoniano un cambiamento negli orientamenti dei viaggiatori alla ricerca di luoghi meno affollati, poco conosciuti, con un livello della qualità della vita e dell’accoglienza che garantisce quel turismo esperienziale che si va diffondendo soprattutto fra i viaggiatori stranieri. La performance di una città come Matera, che in 7 anni vede le presenze crescere del 176%, è una conferma di una linea di tendenza sempre più diffusa. Proprio la Capitale Europea della Cultura 2019 ha coniato per il turista una nuova definizione: quella di “cittadino temporaneo”, non un semplice visitatore ma un partecipante attivo alla vita cittadina nei giorni in cui è ospite della città. E con questo approccio che va ripensata la politica dell’accoglienza nelle nostre città. Chi arriva deve trovare una comunità viva, che vive bene. In una città dove gli abitanti hanno un’offerta culturale armonica, innovativa, di qualità, anche i “cittadini temporanei” troveranno il modo per vivere una esperienza unica. Non c’è quindi una politica per gli abitanti e una per i visitatori. Ed è con questa impronta che sono cresciute città come Mantova, Padova, Verona e persino centri minori. Sono quindi le comunità locali i principali protagonisti di una nuova politica per il turismo. Ma le Amministrazioni locali non possono essere lasciate sole. Il ruolo delle Regioni, in questo senso, è particolarmente importante. Il metodo è la concertazione, la co-progettazione, con obiettivi condivisi e risorse finalizzate. È il solo modo per accompagnare i territori a crescere, valorizzandone le specificità, senza mortificare l’autonomia e la capacità di autogoverno. La straordinaria unicità del nostro Paese si riflette infatti in ambito regionale. Anche a questa scala è possibile ritrovare i “turismi” che si declinano in territori ben individuati. Le città dotate di un patrimonio culturale particolarmente significativo possono essere traino di territori più vasti, integrando l’offerta e moltiplicando le opportunità. Per questo l’Associazione delle Città d’Arte e Cultura da tempo sostiene la necessità di articolare il sistema dell’offerta ad una scala territoriale, costruendo piattaforme di sviluppo con il concorso degli imprenditori, delle associazioni, degli operatori culturali. Serve tornare a costruire “sistemi turistici locali”, con una pianificazione strategica da collocare all’interno del Piano Strategico del Turismo 2017-2022. I “turismi”, infatti, sono sistemi complessi che attraversano molti settori (dall’ambito produttivo ai servizi) e richiedono politiche convergenti. In un tempo in cui si prevedono incrementi sempre più consistenti di viaggiatori in tutto il mondo, la competizione si fa più difficile ed ardua. Per questo servono politiche di lungo respiro, capaci di farsi guidare da visioni lungimiranti. Non è più tempo di improvvisazioni. Le Città d’Arte ne sono consapevoli.

Pubblicato su Passaggi L’Umbria nel futuro II 2018
Morlacchi Editore Perugia

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Infrastrutture di relazione: l’ostinazione di costruire ponti (pubblicato su cheFare il 12 ottobre)

Se avesse senso un po’ di ironia in una triste vicenda, si potrebbe dire che questo è un tempo in cui “i ponti non se la passano bene”. Prima delle drammatiche vicende di Genova, nel discorso pubblico si faceva spesso riferimento ai “ponti”. Una metafora che segnalava una idea di società accogliente, aperta, dialogante, rispettosa delle diversità, quasi una società in grado di assicurare la felicità di tutti. Poi il crollo del ponte di Morandi ha cambiato il senso, il valore, il significato del termine. Ciò che si considerava una metafora utile per indicare la qualità delle relazioni umane, all’improvviso, nella realtà, ha preso le sembianze della morte, della distruzione materiale e anche immateriale.

Ma la “crisi del ponte”, i suoi scricchiolii erano già stati segnalati nel tempo che ha preceduto il crollo di Genova. Gli attentati terroristici con decine di morti innocenti hanno messo in crisi un’idea di società aperta, multirazziale ed hanno evidenziato il limite delle politiche pubbliche sull’integrazione, sull’esercizio dei diritti di cittadinanza, in paesi spesso segnalati come un buon esempio di politiche di inclusione.

I “ponti” aperti fra cittadini residenti e migranti non sono parsi solidi fino al punto da fare da argine all’odio terroristico. In Italia la “crisi del ponte” è apparsa più evidente nel momento in cui si sono manifestati i primi conflitti ai margini delle città e persino nei piccoli centri. La lotta per l’assegnazione delle case popolari fra cittadini italiani ed emigrati con cittadinanza italiana in alcune periferie di grandi città, le rivolte contro la presenza sulle strade di donne immigrate dedite alla prostituzione, la diffusione di azioni malavitose e di spaccio di droghe ad opera di gang di immigrati, qualche caso delittuoso ad opera di qualche immigrato con relativa vendetta, alcune iniziative sgangherate ad opera di amministratori locali di piccoli e medi centri che hanno emanato direttive pensando di poter limitare la libera circolazione di immigrati nelle vie urbane, sono stati alcuni dei primi segnali di “scricchiolii”, enfatizzati dalla stampa, dai media e dai social che hanno assunto una funzione decisiva fino al punto di costruire ad arte false notizie.

Se poi volgiamo lo sguardo verso le politiche adottate per contenere o controllare gli sbarchi in Sicilia, il quadro si fa ancora più chiaro. Siamo passati da una fase in cui sembrava prevalere una politica di accoglienza, nel disinteresse sostanziale dell’Europa, sostenuta dalla generosità delle popolazioni locali, con uno slancio emotivo di fronte alle migliaia di persone morte nel Mediterraneo, ad una fase in cui si è introdotto un tentativo di controllo degli sbarchi fino ad arrivare al caso della nave Diciotti e alla messa in mora delle ONG, considerate alleati degli “scafisti” e mercenari del mare.

Insomma chi fino a qualche tempo fa veniva ammirato, lodato, ringraziato per essere “costruttore di ponti”, nel giro di poco tempo è stato additato come un nemico del nostro Paese, un alleato di presunte forze straniere interessate a “islamizzare” l’Italia, “servo sciocco” di chi pensava di governare con il consenso elettorale dei migranti. I fenomeni di vero e proprio razzismo registrati in molte parti d’Italia sono stati la più logica delle conseguenze di un clima profondamente e sostanzialmente mutato. E come se non bastasse, “il movimento avverso ai ponti” ha allargato la sua base e ora viaggia su un’onda di consenso crescente. A questo punto si dovrebbe fare una analisi puntuale delle ragioni che ci hanno portato fin qui, dovrebbero essere individuati i “colpevoli”, “chi ha sbagliato e quando”, citare ovviamente il deficit di politica dell’Europa e così via. Si è detto e scritto tanto in proposito e ciascuno può fare riferimento a chi è parso più convincente. Non mi attarderò su questo versante.

Proverò a fare qualche riflessione sulle ragioni che ci inducono a considerare necessario preservare una ostinazione nel “costruire ponti”. Questo è il tempo, si dice, dello “spaesamento”, del “presentismo”, di un nuovo individualismo, della crisi acuta del sistema di rappresentanza, della democrazia rappresentativa, di un diffuso sentimento di fragilità, vulnerabilità. Non ci sono quindi solo elementi di disagio materiale, povertà crescente, disoccupazione soprattutto giovanile. Ad essi si accompagnano sentimenti, stati d’animo che generano rinserramento, chiusura, nel tentativo di preservare qualcosa che si ritiene si possa perdere. Alla comunità si contrappone la tribù. La tribù rassicura e risponde al vuoto di relazioni. E la società prende una forma sempre più verticale. Ma l’identificazione verticale non corrisponde ad una rete umana, associativa, comunitaria. Piuttosto c’è l’io e un vertice che mi garantisce…

A pagarne le conseguenze è la partecipazione pubblica, l’interesse per il bene comune, la ricerca di un futuro condiviso. Viene da chiedersi se l’idea stessa di comunità non sia considerata qualcosa di remoto, di altre età, frutto di nostalgia o utopia.Non so quando durerà questa fase. Probabilmente siamo di fronte ad una discontinuità che mette in discussione il continuiamo che ha contrassegnato, salvo brevi periodi, gli ultimi 60 anni della nostra Repubblica. In un simile scenario non possiamo aspettarci inversioni di tendenza nel breve. Bisogna lavorare sul medio-lungo periodo, sottraendoci alla cronaca, al presentismo imperante. Se c’è un granello di verità in questo ragionamento, lo spazio che possiamo presidiare e coltivare sta nel “micro”. Sembrerà una scelta riduttiva ma forse non lo è. Pensare che tutto si possa ricondurre ad uno scontro tra “civiltà” e “inciviltà”, come se in gioco ci fosse una disputa di carattere antropologico, non solo rafforza l’idea di un paese organizzato per tribù ma soprattutto rischia di collocarci su piedistalli più o meno fragili dai quali emettere giudizi generici e senza appello. Alla disillusione crescente possiamo contrapporre una ripresa dei processi di partecipazione.

Riscoprire il valore delle relazioni, a partire dalla valorizzazione delle singole persone (Otto Scharmer). Se rabbia e spaesamento non trovano canali virtuosi attraverso cui i cittadini possono riscoprire il senso civico, le virtù civiche, vedersi riconosciuto un ruolo nel determinare le scelte fondamentali per la vita della propria comunità, allora continueranno a rinserrarsi. E siccome non si parte da zero si potrebbe cominciare a sviluppare le tante esperienze diffuse nel Paese per fare della democrazia partecipativa il terreno su cui “ricostruire ponti”. Il processo partecipativo ha bisogno di regole, di competenze, di trasparenza, di umiltà.

È uno strumento che consente di superare la frammentazione, la segmentazione, gli interessi contrapposti che attraversano la società civile. Se ben condotto e perseguito nel tempo, selezionando i temi fondamentali per la vita dei cittadini, il processo di partecipazione può generare comunità attive, dinamiche, coese, inclusive e migliorare la qualità della democrazia. C’è una dimensione comunitaria da coltivare e far crescere, che non può essere solo un’eredità del passato da conservare, ma qualcosa da reinventare. E c’è un altro passaggio che dobbiamo attraversare. I “mondi vitali”, che pure abitano molte comunità, devono provare a inoltrarsi in mare aperto, uscire dal rischio dell’autoreferenzialità, provare a costruire ponti fra di loro, andando oltre la frammentazione, gli interessi particolari, la difesa del proprio orticello. Non basta una pur coraggiosa testimonianza.

Serve che questi soggetti diventino sempre più proattivi, escano dal guscio, si facciano a loro volta, “costruttori di ponti”, lontano dalle logiche della competizione distruttiva. Coraggio, umiltà e generosità. Il rinserramento è una malattia contagiosa che non si ferma sull’uscio di una associazione, una cooperativa, una impresa sociale. Il rischio “tribù” è dietro l’angolo per tutti. Non si tratta di applicare formule, di generare modelli da esportare, non ci sono ricette buone per ogni situazione o bugiardini da consultare per trovare le modalità d’uso.

Per “costruire ponti” bisogna mettersi in cammino e lungo la strada adottare la strategia dell’ascolto, raccogliere gli strumenti necessari, prepararsi alla sconfitta, alla delusione, consolidare ogni piccolo passo fatto in avanti e trovare capacità di resilienza nei momenti più difficili. La dimensione comunitaria è un sogno, un amore, un legame, un tessuto di reciprocità, un modello oppure un modo di vivere con gli altri. Non è semplice, non è facile e mi domando se siamo pronti, se abbiamo energie e forze sufficienti per navigare controcorrente. Confido che sia possibile. L’intellettuale ebreo Buber suggerisce: “Fare il possibile e desiderare l’impossibile”. Proprio come quelli che coltivano la terra. Questo è il tempo e dovremmo affrontarlo senza rinunciare ad un sorriso.

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E’ “EMERGENZA CULTURA”?

Davvero esiste nel nostro Paese una “emergenza cultura”? Un gruppo di intellettuali, studiosi, ricercatori, sostenuti da alcune organizzazioni sindacali e partiti politici di opposizione, rispondono affermativamente e per questo hanno promosso recentemente una manifestazione a Roma. Non è semplice individuare le principali questioni che sollevano. Si va dalla contestazione della riforma della Pubblica Amministrazione a quella di Franceschini, fino alla difesa dell’art. 9 della Costituzione nell’ambito di una più generale opposizione alla riforma che sarà sottoposta al referendum di natura costituzionale. Le critiche più serrate sembrano concentrarsi su cinque punti. Il ricorso al silenzio-assenso, nel caso le Soprintendenze non esprimano il proprio parere entro 90 su progetti presentati da altre amministrazioni pubbliche, previsto nella cosiddetta legge Madia, dal nome del Ministro della Funzione Pubblica. Sempre con riferimento alla stessa legge si intravvede il rischio che le Soprintendenze siano sottoposte al controllo dei Prefetti. Si richiama la cosiddetta legge “Sblocca Italia” che, sempre a giudizio dei promotori della manifestazione, contiene norme che mettono a rischio la tutela del paesaggio. La riforma Franceschini, laddove riconosce una speciale autonomia a 20 grandi musei (con altri 10 recentemente indicati) separandoli dalle Soprintendenze e affidandole a Direttori scelti con un pubblico concorso, indebolisce, si dice, la tutela unitaria del patrimonio che non ha soluzione di continuità fra musei e territorio e crea un sistema che divide i musei in serie A e serie B. Senza considerare che il concorso pubblico viene considerato una farsa (colloqui brevi con candidati non molto qualificati) e si introduce il dubbio che i Direttori siano stati scelti sulla base di indicazioni della politica. Sempre a proposito della riforma Franceschini si contesta la scelta fatta di dare vita alle Soprintendenze uniche, segnalando la gravità dell’abolizione delle Soprintendenze archeologiche. Si giudicano profondamente sbagliate le scelte fatte dal Governo a proposito dei finanziamenti alla cultura (dal bonus di 500 euro per i giovani diciottenni fino al recente miliardo deliberato dal CIPE). Infine si rivendica la necessità di abbandonare la logica degli interventi straordinari per assicurare più risorse alla manutenzione, alla conservazione programmata del patrimonio, suggerita a suo tempo da Giovanni Urbani, e alle Soprintendenze, e si propone una politica di assunzioni che vada oltre il concorso previsto per 500 nuovi posti di lavoro. Si tratta quindi di critiche sostanziali che, ancor che legittime, toccano alcuni dei punti qualificanti delle politiche promosse dal Ministro Franceschini e dal Presidente del Consiglio. Questioni che mettono in evidenza che sulle politiche culturali, sul valore che vogliamo attribuire al patrimonio culturale, sul significato da dare a “bene culturale come bene comune”, sul rapporto fra beni culturali e sviluppo economico e sociale, sul ruolo dei cittadini, delle comunità e delle istituzioni locali nella tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio e così via, più nettamente che nel passato, si confrontano due punti di vista che hanno pochi punti di contatto e quindi di confronto, di dialogo possibile. Nella fase in cui il centro-destra ha governato, era più “facile” coprire le differenze, già allora presenti, nella comune opposizione a Berlusconi. Oggi è più difficile. I nodi sono ben individuati e sono venuti tutti al pettine. Ci aspetta quindi una fase che potrebbe portare a una radicalizzazione delle posizioni. L’avvicinarsi del referendum costituzionale (molti dei promotori di “Emergenza Cultura” sono schierati per il “No”), e l’approssimarsi delle elezioni politiche, potrebbero dar luogo ad una fase di turbolenze in cui lo scontro assume sempre più un carattere “ideologico”, come già si è potuto verificare ascoltando gli interventi a conclusione della manifestazione romana. Si è fatto ricorso a slogan di tempi andati, paventando rischi per la democrazia e denunciando la subalternità della classe politica di governo a multinazionali, petrolieri, banche e così via. Il confronto, e se è necessario lo scontro, è vitale per la democrazia. Ma se è di tipo “ideologico”, diventa improduttivo e non ci porta da nessuna parte. Facciamo solo un esempio. Con le recenti decisioni assunte dal CIPE è stato stanziato 1 miliardo di euro al Ministero beni culturali e turismo che intende destinarli al completamento di 33 progetti di restauro, di conservazione e valorizzazione di musei, palazzi, aree archeologiche, monumenti e così via, con alcuni interventi di particolare importanza e valore. Una misura discutibile che tuttavia conferma un’inversione di tendenza rispetto agli anni più recenti in cui abbiamo assistito solo a tagli lineari. Discutibile per il metodo e il merito. Il Ministero ha proceduto senza un coinvolgimento di Regioni e Comuni che, al pari delle Soprintendenze, gestiscono parti rilevanti del patrimonio culturale investendo risorse importanti. E oggi la Presidenza del Consiglio lancia una campagna chiedendo ai cittadini di segnalare i beni culturali abbandonati da recuperare, con una dote di 150 milioni di euro (quelli che Franceschini pensava di utilizzare per eventuali completamenti dei cantieri sui 33 interventi finanziati!). Una mortificazione delle amministrazioni locali e delle comunità. Un confronto istituzionale sul merito avrebbe consentito di allineare gli interventi, di definire al meglio le priorità e di ridimensionare l’accusa di distribuire risorse usando il manuale Cencelli. Forse si sarebbe “perso” qualche settimana ma i risultati avrebbero potuto ripagare l’attesa. Il Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020, da cui provengono le risorse, è ancora usato come un “bancomat”, mentre dovrebbe essere utilizzato per implementare i cosiddetti PON (Programmi Operativi Nazionali) e i POR (Programmi Operativi Regionali) predisposti in coerenza con gli obiettivi della programmazione dei fondi europei 2014/2020. Osservazioni come queste, o altre, non hanno nulla a che fare con il referendum, le elezioni amministrative di Roma, l’unificazione delle Soprintendenze e così via. Ed è difficile sostenere che c’è un filo rosso che lega tutto. Una generica piattaforma che mette insieme questioni e problemi molto diversi fra loro e formula proposte piuttosto generiche, in qualche modo finisce con il legittimare l’idea che è meglio che ciascuno coltivi la propria aiuola nella certezza che i fiori più belli crescono solo nella propria. Ma sappiamo tutti che non è così. Rischiamo di perdere tutti un’occasione importante per contribuire a un processo riformatore delle politiche per la cultura.

Ledo Prato

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Spazio ai temi del Paesaggio

Le politiche pubbliche per il Paesaggio sono da tempo ai margini dell’agenda politica del Paese. Si potrebbe obiettare che in realtà nelle politiche governative, soprattutto negli ultimi anni, si rintracciano provvedimenti che, secondo alcuni, hanno incoraggiato la speculazione edilizia o attenuato i controlli delle autorità pubbliche, lasciando ampi margini agli interessi privati. Si tratta di opinioni, rispettabili, ma su cui si può discutere senza approdare ad un punto di vista condiviso. Più interessante può essere verificare cosa succede nei territori e capire se, a livello locale, la valorizzazione, le trasformazioni, i progetti, la cura del paesaggio trovano migliore accoglienza e generano cittadinanza attiva. Ma andiamo con ordine. Dal punto di vista dell’ordinamento legislativo, l’ultimo atto significativo in materia risale al 2004, quando viene approvato il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un passaggio difficile e contrastato che ha visto molti oppositori, successivamente convertiti, ed uno scontro molto aspro fra lo Stato e le Regioni che reclamavano il rispetto dei dettati costituzionali sanciti nella riforma del 2001. La parte III del Codice, dagli articoli 131 a 159 emendati nel corso degli anni, ci restituisce un quadro normativo frutto di una complessa mediazione che, pur individuando le funzioni e le responsabilità dei diversi livelli istituzionali, individua nella cooperazione fra amministrazioni pubbliche la modalità con cui affrontare una materia così complessa e delicata. A rileggere oggi quelle norme non è difficile riscontrare che molte di esse sono rimaste in parte o in tutto inapplicate. Sappiamo tutti come è andata. Il caso forse più noto è proprio quello relativo alla predisposizione dei Piani Paesaggistici, puntualmente descritti nell’art. 143 del Codice, assegnata alle Regioni. Analoghe valutazioni si potrebbero fare a proposito degli Osservatori regionali o delle Commissioni locali del Paesaggio, solo per citare alcuni degli strumenti più innovativi previsti dal Codice che, salvo pochi casi, sono rimasti fra le buone intenzioni. Tuttavia, nonostante ritardi e contraddizioni, non si può dire che negli anni più recenti non si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il patrimonio di paesaggi del Paese con interventi di trasformazione a cura di soggetti istituzionali ma anche di gruppi, associazioni, cittadini che, dove è stato possibile (cito per tutti Toscana e Puglia ma sono molti gli esempi virtuosi), hanno contribuito a ridisegnare le politiche pubbliche. Dall’agricoltura più attenta alle modalità di produzione e valorizzazione delle risorse locali ai Sindaci che adottano sempre di più politiche restrittive nel consumo di suolo e investono sulla riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, dalle aree protette che valorizzano non solo gli aspetti naturalistici ma anche quelli storico-culturali dei loro paesaggi, alle associazioni che curano luoghi e tradizioni a rischio per il degrado e l’abbandono, anche facendo ricorso alle espressioni più innovative dell’arte contemporanea, persino in aree con forti insediamenti di criminalità organizzata. Una conferma di questa vivacità, di questo fermento, di questa rinnovata cittadinanza attiva possiamo ritrovarla passando in rassegna i progetti di paesaggio che sono stati presentati in questi 10 anni nelle 4 edizioni del Premio del Paesaggio Europeo, istituito dal Consiglio d’Europa nel 2006 e gestito nel nostro Paese dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, grazie soprattutto alla sensibilità e all’impegno di pochi coraggiosi funzionari e dirigenti. Non solo emerge una ricchezza di esperienze distribuite sulla quasi totalità del territorio nazionale, con una prevalenza dei progetti riferiti ai centri medi e piccoli e ai paesaggi rurali, ma soprattutto colpiscono le qualità e le storie dei soggetti proponenti, la loro capacità di coinvolgere le comunità e di avere visioni e strategie di medio, lungo periodo che hanno stimolato nuove forme di governance dei territori. Non a caso alcuni di questi progetti di paesaggio, fra i più esemplari, hanno vinto il Premio Europeo o hanno ricevuto particolari menzioni e riconoscimenti: dal progetto della Val di Cornia a Carbonia, dall’Alto Belice al Parco agricolo dei Paduli in provincia di Lecce. Esperienze molte legate ai propri territori, che non hanno l’ambizione di diventare “buone pratiche” utili per tutti, perché la loro storia è direttamente connessa con una comunità, con un luogo. Nel prossimo autunno sarà pubblicato il bando per la V edizione del Premio del Paesaggio Europeo. Potrebbe essere una utile occasione per costruire una rete delle esperienze che si sono sviluppate nei territori in questi anni, per leggere le loro storie, coglierne il senso e raccogliere utili indicazioni. Se poi si decidesse di istituire il Premio per il miglior progetto di Paesaggio dell’Italia, seguendo la strada già tracciata da altri paesi europei, allora si potrebbero introdurre innovazioni che, valorizzando l’esperienza italiana, darebbero un utile contributo alle politiche di “paesaggio attivo” in Europa. Le condizioni ci sono. Bisogna solo decidere e mettersi al lavoro.

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Sono sempre io, nonostante tutto

Care Amiche ed Amici, voglio ringraziarvi pubblicamente per i tanti, tanti messaggi che mi avete mandato, esprimendo vicinanza, affetto, dolore, condivisione per questa tragedia che ha colpito la mia famiglia, i miei parenti. La vita riserva molte sorprese, alcune liete, altre no. Entrambe la connotano, la segnano, le danno colore, forma, sostanza. A volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, ti mette a confronto con subdole malattie che sovrastano le persone più deboli, tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti. In questi lunghi anni a tanti ho cercato di trasmettere speranza, coraggio, fiducia, di costruire bellezza, di preservare i valori fondamentali della vita, di credere nel buon futuro. Qualche volta ci sono riuscito, altre no, come dimostra questa tragedia. Forse pensiamo di poter avere un ruolo decisivo nei rapporti umani e famigliari ma non è sempre così. Qualche volta ci attribuiamo capacità che non abbiamo e l’esempio di una vita condotta ispirandosi ai valori dell’onestà, del rispetto della vita propria, e di quella altrui, che ci è stata donata e di cui non siamo padroni assoluti, si scontra con contesti difficili, rapporti umani alterati, scelte non sempre condivisibili, disvalori che cancellano valori e sembrano vanificare la missione di una vita a cui hai dato tutto, senza risparmio. In questi giorni in cui la stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso, si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo, usate espressioni dei tempi più bui della vita civile. Mi sovviene un brano del Vangelo di qualche settimana fa. Il protagonista è un fico che non dà frutti e, per questo, si propone di tagliarlo. Ma poi si decide diversamente, si zappa intorno, si innaffia e si stabilisce un tempo: se entro tre anni non darà frutti, sarà tagliato. Non è solo un atto di misericordia, è un atto di saggezza che suggerisce prudenza, pazienza perché i tempi della ricerca della verità non sono brevi e la giustizia umana ha limiti profondi. Sono quelli che lasciano spazio al perdono che, seppure non cancelli la colpa, preserva la possibilità per le persone, tutte le persone, di non ergersi a giudici esclusivi e onnipotenti. Oggi voi dovete sentirvi liberi di lasciare questa pagina, di ritirare la vostra amicizia se questa nostra tragedia vi procura sofferenza o insofferenza, se non siete più interessati a leggere, condividere qualche riflessione perché avete smarrito la fiducia che avevate nell’autore. Quelli che vorranno ancora seguirmi sappiano che non riuscirò ad essere presente su queste pagine con continuità ma che non rinuncerò a niente delle idee e dei valori in cui credo e, in questa circostanza, sarò ancora più determinato nel rigore con cui viverli ed esprimerli. Metto in conto tutto e devo essere pronto a tutto. Me l’avete scritto in molti. Pensieri bellissimi, parole affettuose che custodirò con cura e a cui farò riferimento tutte le volte che la tristezza e la solitudine cercheranno di prendere il sopravvento. Voglio riportare solo un piccolo brano, fra i tantissimi, che mi ha scritto un amico carissimo, più grande di me in tutti i sensi, che conosco da oltre 20 anni. Ha scritto:..”la tua sconfinata capacità di mettere insieme, mediare, sdrammatizzare, cercare la fessura dove infilare una soluzione o un piccolo dislivello dove collocare un cuneo, ti permetterà di restare fermo nella tua fede, di non cadere nel buco nero, di riconfermarti nel valore delle cose che hai fatto e anche di aiutare Marco. Tu sei una persona capace di rivoltare il male nel bene e questa volta ti tocca dimostrarlo in modo da stupire il mondo”.
Posso farcela, lo devo alla mia famiglia tutta, ai miei parenti, ai miei tanti amici e a questo mio amico che mi ha consegnato un obiettivo tanto faticoso quanto straordinario. Con il vostro aiuto, con quello del Signore che non ci lascia mai soli perché è pronto a mischiarsi con la nostra storia anche di peccatori, ci accingiamo con passo lieve ad attraversare questa tempesta. Che Dio aiuti quanti ne hanno bisogno.

Ledo Prato

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